Capitolo 15 di 29
Esibizionismo e il 14 dicembre
Era iniziato il 1966. All’inizio dell’estate in città cominciarono ad accadere strane cose. I tecnici dei servizi comunali presero a girare per gli appartamenti per montare i vetri, sostituendo persino quelli con le crepe più piccole. Tutte le ringhiere dei balconi furono rivestite di spesso vetro armato. Gli edifici della città furono dipinti in bei colori pastello, tutti diversi. Su tutte le strade furono installati alti pilastri di cemento con potenti lampade (queste avevano appena cominciato a comparire a Mosca). E poi le strade della città e, cosa ancor più sorprendente, dell’intero poligono — che si estendeva per oltre un centinaio di chilometri — furono coperte di un magnifico asfalto. Sulle strade tecniche del poligono installarono cartelli indicatori di modello europeo, segnali stradali con rivestimento rifrangente! Fu allora che vedemmo anche noi il cartello «Bajkonur». Prima di allora, sui giornali il nostro poligono era già stato chiamato con questo nome ridicolo, per disinformare il nemico. Presso l’incrocio delle strade che portavano da noi e alla piattaforma 43, asfaltarono una grande piazza e vi misero un enorme riparo dal sole. A metà strada dalla stazione di Tjura-Tam alla «Desjatka» apparve una stazione completamente nuova e graziosa, con una nuova banchina d’imbarco. E poi, in generale, accadde qualcosa di misterioso: cominciarono regolari corse di prova di una certa speciale, apparentemente passeggeri, lungo i binari interni del poligono, accompagnate lungo la strada parallela da una carovana di sette «Čaek» e da una nuovissima e bella ambulanza. Va detto che tutte le ferrovie del poligono sono affiancate da strade automobilistiche. Una volta osservai alcuni dettagli della struttura di quei vagoni. La cosa più notevole è che, quando le porte del vestibolo sono chiuse, dall’esterno non c’è modo di aggrapparsi a nulla e persino i predellini vengono coperti da un coperchio cieco.
A noi, l’equipaggio di combattimento, consegnarono una nuova divisa tecnica, ben cucita, di colore blu, e un basco per la testa! Prima tutti andavano in una specie di tuta nera, logora e imbrattata di colla 88, di una sola taglia, con pantaloni cuciti per un omone e legati con il fil di ferro. E in testa, quando uscivi dai locali, eri obbligato a portare il berretto d’ordinanza, mentre ora avevamo un basco leggero. Bene!
Il quadro si chiarì un po’ quando, negli appartamenti le cui finestre davano sulle vie principali della città, cominciarono a girare estranei signori in borghese, raccomandando di non sporgersi quando sarebbero arrivati gli «ospiti importanti». Io e Lena vivevamo proprio in una stanza del genere, in via Centralnaja, poi Komarova. In quei giorni la stampa strombazzava l’imminente visita in URSS del presidente francese Šarl de Goll. Il 25 giugno tutto ciò che era stato ideato e preparato per la visita procedette come l’olio: sotto i suoi occhi stupiti lanciarono dalla nostra piattaforma il satellite «Kosmos-122» ed effettuarono dalla 61ª il lancio di un missile intercontinentale a base silistica. I testimoni raccontavano che l’intera delegazione francese era rimasta in estasi non celata per una dimostrazione così spettacolare. Da allora questa nuova stazione ferroviaria ricevette per sempre il nome non ufficiale di «Degollevka», mentre l’intera operazione aveva il nome in codice ufficiale «Palma».

Nella foto, da sinistra a destra: Kosygin, de-Goll, Brežnev, Podgornyj.

Ai tenebrosi abitanti del Cremlino questo spettacolo piacque tanto che poi iniziò una vera e propria sfilza di visite e di esibizioni corrispondenti. Arrivarono i capi dei paesi democratici1 e il nuovo presidente della Francia. Di conseguenza, anche le operazioni dimostrative della nostra potenza si chiamarono «Palma-2, 3 e 4». Cominciò l’età d’oro degli ufficiali dei dipartimenti politici e del resto della marmaglia di partito. Quante onorificenze si accaparrarono! E a pagare per tutto erano i lavoratori degli equipaggi di combattimento.
E la nostra piattaforma 31 cresceva rapidamente. Costruirono una grande stazione di rifornimento per satelliti pesanti, la MIKKO, una camera anecoica per il programma «Sojuz», un edificio per la preparazione dei cagnolini cosmonauti, la casa dei cosmonauti e un centro di addestramento. MIKKO è il fabbricato di montaggio e collaudo degli oggetti spaziali, la struttura 40: un edificio quasi quattro volte più grande del vecchio MIK. Il complesso di lancio fu modernizzato.

11A511U viene installato nel complesso di lancio
Il 1966 fu in assoluto l’anno record per numero di lanci. Quell’anno il personale dell’unità preparò e condusse 29 lanci. Nel calcolo SOBIS a quel tempo erano rimasti soltanto due ufficiali: io e Valera Machnykin. Dovetti correre tra il bunker e il MIK.
Alla fine di novembre del 66° anno furono preparati due vettori e due apparecchi del nuovo tipo «Sojuz», con il compito di mettere a punto l’aggancio automatico in orbita. Il 28 novembre fu lanciato il primo «Sojuz» senza equipaggio (Kosmos-133). Il mio pannello SOBIS è quello più esterno nella catena dei pannelli principali del bunker, accanto ai televisori: uno di essi mostra il complesso di lancio e il vettore con l’oggetto, mentre l’altro, in modalità di scansione, mostra l’interno della capsula di rientro. Non avevo mai visto una cosa simile: sulla poltrona della SA (capsula di rientro) sedeva un manichino e, senza battere ciglio, guardava la telecamera TV. Il lancio riuscì, ma l’apparecchio non si stabilizzò in orbita e cominciò a rotolare. Ciononostante, il progettista capo decise di lanciare anche il secondo «Sojuz» per mettere a punto il complesso di lancio modernizzato.
Nel successivo comunicato della TASS relativo a questo lancio fu annunciato con tono baldanzoso come un successo assoluto. La TASS, a dire il vero, al proprio popolo mentiva per lo più, o almeno deformava la verità. I dieci o nove tentativi di atterraggio morbido del primo veicolo lunare (che aveva trasmesso un panorama della superficie della Luna) furono assolutamente fallimentari. O mancava il bersaglio oppure l’atterraggio era duro. La TASS faceva sempre la voce grossa, e con essa esultava tutto il popolo sovietico. Per tutto il tempo in cui è esistito — spero che sia ormai esistito — questo potere leninista ha tenuto il proprio popolo nell’inganno. Sono certo che i funzionari del Comitato Centrale non si siano tormentati a lungo chiedendosi se dire una mezza verità o tacere. A che serviva agitare il popolo, insinuare dubbi pericolosi sull’infallibilità della linea generale verso un luminoso domani?
Il 14 dicembre, durante il tentativo di lancio, il comando «accensione» del blocco «V» non passò. Fu dato il cessato allarme su tutti i circuiti, il personale lasciò il bunker, furono sollevate entrambe le torri di servizio con gli ascensori e, circa 27 minuti dopo, durante il loro abbassamento — nel gergo popolare «Maška» — si attivò all’improvviso il sistema SAS2 (a causa della chiusura dei telai dei giroscopi dell’automatica SAS dopo lo spegnimento dei giroscopi e dell’invio, dai telai ai contatti di fine corsa, del segnale «Avarija») e, come gli spettava, staccò i compartimenti di rientro e abitabile del satellite da quello strumentale, li sollevò e li calò con il paracadute accanto all’impianto sotterraneo per l’ossigeno. A causa dei bulloni pirotecnici e delle fiaccole dei motori a propellente solido SAS, entrati in funzione al momento della separazione, prese fuoco il refrigerante del sistema di termostatazione del satellite. Il razzo è lì, e sulla sua cima arde un falò! (Al lancio di questo sfortunato apparecchio, con grande gioia di Lena, per qualche motivo non partecipai, ma garantisco per il «reportage».) Insomma, si squarciano i palloni sferici dell’apparecchio, esplodono i serbatoi del suo sistema di propulsione DU, poi esplodono i serbatoi del blocco «I», cioè il terzo stadio, e poi tutto il resto. Le esplosioni sono poco violente, ma terribilmente caloriche. Alla fine del complesso rimase ben poco. Il popolo ribattezzò naturalmente il Sistema di Salvataggio d’Emergenza come Sistema di Annullamento del Lancio.
Durante le esplosioni morì un solo maggiore, un motorista della 1ª direzione; per qualche motivo non fuggì come tutti gli altri, ma decise di rintanarsi in uno dei locali sotto la quota zero. Il secondo giorno soffocarono due sergenti del gruppo di controllo degli incendi, nella galleria portacavi che andava dal complesso di lancio al MIK.
Ma il danno maggiore fu causato dal gelo. Il tentativo di lancio era avvenuto alla vigilia del fine settimana; erano giornate di gelo intenso e nelle strutture tecniche non c’era nessuno. Per le esplosioni andarono in frantumi tutte le finestre; l’acqua degli impianti di riscaldamento, a tutti i piani, fece scoppiare i tubi congelandosi e allagò apparecchiature uniche. Un danno colossale! In occasione di questa catastrofe fu ordinato a tutti gli equipaggi e servizi, senza eccezione, di scrivere rapporti e indicarvi un danno del 100 per cento, cioè tutto, sedie comprese. Fu allora che riuscii a farmi dare la chiave di lancio del pannello centrale, come ricordo. La consegnai a mio figlio.
Paese ricco! Furono messi a bilancio persino gli sgabelli delle caserme. Forse anche i maiali del cortile economico. Tutti i lavori speciali sulla piattaforma cessarono, al complesso di lancio mandarono costruttori militari, e da noi iniziò il servizio militare: regolamenti, esercitazioni di tiro, addestramento di piazza e, soprattutto, si rianimò l’orda dei preti, con lezioni politiche una dopo l’altra.
Per fare pratica, i costruttori per prima cosa penetrarono nel bunker (non li fermarono nemmeno le porte blindate), devastarono i pannelli, strapparono gli strumenti con la loro massa luminescente e gli orologi, ma il danno principale lo inflissero all’impianto dei cavi. Dal locale dei pannelli al complesso di lancio e al MIK passava un fascio di cavi di oltre mezzo metro di diametro; loro lo fecero a pezzi con i seghetti, trasformandolo in cinture da pantaloni, allora di moda, intrecciate con fili metallici, e cinturini per orologi…
Per noi tecnici cominciarono il servizio, le lezioni politiche, l’addestramento di piazza, i regolamenti e così via.
E questo baccanale dei vicecomandanti politici durò per più di mezzo anno, fino all’inizio di luglio del 67° anno. A quel punto avevano smontato uno dei complessi di lancio del poligono di Pleseck, lo avevano montato e preparato al lavoro da noi. Finalmente erano finiti quei maledetti seminari!! In tutto, dalla nostra piattaforma di lancio, la mia unità effettuò 313 lanci con apparecchi spaziali, compresi 14 lanci di MBR3.