Capitolo 16 di 29
Ladyzhenka
All’inizio di aprile del 67, io e l’addetto ai motori Ponomarëv, due razionalizzatori dell’unità, fummo distaccati dal gruppo di partenza e assegnati alla base di raccolta dei primi stadi e dei vettori di razzi ormai esauriti e caduti. Era a circa 300 chilometri a nord-est di Tjura, nella zona del villaggio di Ladyzhenka. Era un villaggio completamente isolato dalla terra ferma, popolato da alcuni esiliati, e lì, come si dice, non andava nessuno. Poiché dal poligono si svolgevano lanci di razzi e di vettori di razzi di vario tipo con missioni di volo diverse, in tutta la superficie dell’Unione erano state organizzate e create 12 basi simili a Ladyzhenka lungo le traiettorie di caduta, con il compito di avvisare ed evacuare la popolazione, sospendere le attività economiche, raccogliere i blocchi precipitati e compensare i danni ambientali. Praticamente l’allerta era organizzata tramite i consigli rurali, le foresterie, l’MVD locale, tramite canali di comunicazione aperta con una frase cifrata. Venivano evacuate persone, allontanate le mandrie e così via.
Queste unità furono schierate nelle regioni di Džezkazgan, Kustanai, Kokshetav, Celinograd, Omsk, Novosibirsk e nelle zone montuose del Territorio dell’Altaj e nella Repubblica della Tuva. L’area dei campi di impatto autorizzati era di circa 1 milione di km². La parte di Ladyzhenka fu costituita la prima nel 56° anno.
Questa missione mi interessa per uno dei blocchi del SOBIS e per Ponomarëv per un certo pallone del sistema pneumo-idraulico.
Volavamo con il LI-2, nell’aviopiano c’eravamo solo noi e l’equipaggio. Mi è rimasto impresso il navigatore: usciva nel nostro scompartimento passeggeri per fumare e non scrollava via la cenere della sigaretta, ma la spingeva fuori attraverso un foro nel soffitto della fusoliera, facendolo con assoluta naturalezza e grazia.
Atterrammo sul piccolo aeroporto innevato e subito andammo allo stato maggiore per presentarci ai superiori. Dal comandante udimmo che l’ufficialità della parte era soprattutto composta da persone punite per qualcosa al poligono e, in modo elementare, mandate qui «per il rieducamento». Ci alloggiammo in un albergo-ostello, cioè in una comune baracca, a malapena illuminata, perché tutta l’elettricità era fornita da un esile generatore diesel. Scendemmo tra la gente, e la gente, senza alcun cenno, ci propose immediatamente di andare in villaggio per andare a prendere acqua infuocata.
Una chiamata al parco auto e alle porte dell’hotel arrivò un trattore cingolato da tank. Eravamo in circa cinque o sei persone, ci arrampicammo sopra, ci aggrappammo a qualche sostegno e a velocità eccessiva sgusciammo verso il villaggio. Comprammo quello che serviva e tornammo indietro. E allora ci venne voglia di bere un po’ d’acqua semplice: perbacco, quanto era amaramente salata! La mattina dopo provammo a farla bollire, a preparare il tè. L’acqua veniva fatta bollire in una provetta chimica su una piastra elettrica. Ma neppure un infuso forte cancellava quel sapore orrendo.
Arrivammo in buona fortuna, perché era appena terminata una tempesta di due settimane e sui campi di caduta erano rimasti non rimossi stadi di quattro lanci, diciamo sedici blocchi. Dopo un giorno, per qualche motivo, la sera alla porta dell’hotel venne portato un trattore con una cabina al posto della torre, una cabina severa. Davanti, dietro le leve, c’erano il conducente e accanto a lui un ufficiale, entrambi con cuffie, noi dietro sulla panca di legno. Ci consigliarono di abbassare le visiere dei copricapi e legarle. A noi era permesso guardare solo attraverso strette fessure ai lati e verso il cielo dal boccaporto tondo sopra la testa del capitano. Davanti a noi, per tutta la larghezza della cabina, una robusta impalcatura di tubo molto spesso all’altezza del petto.
La base era a cento chilometri. Non appena ci muovemmo, e non ci muovemmo: ci scattammo, la dinamica del movimento non era affatto automobilistica; ci aggrappammo a quel dannato corrimano senza mai staccarcelo nemmeno per un secondo e solo grazie ad esso rimanemmo interi! In cabina era buio, nella fessura si vedeva che dal tubo di scarico, a pieno gas, uscivano getti di scintille, il ruggito del motore era assordante, noi eravamo praticamente seduti sopra di esso. Le orecchie erano tanto traumatizzate che poi per tre o più settimane fischiavano continuamente nelle orecchie. Nessuna ammortizzazione, certo. I carristi negheranno, sosterranno che c’è, ma io e Kola, senza accordarci, ci staccammo in un attimo dai sedili staccati della panca e, come fantini, in una posa talmente scomoda, mezzo in piedi, con la testa china per non sbatterla sul ferro, volavamo nella notte sconosciuta.
Il territorio era collinoso, e correvamo alla massima velocità, talvolta anche a salti, nell’aria. Gli atterraggi erano infernali, uno schianto rigido con la tavola sul sedere, non salva nemmeno la posizione: non vedevamo la strada. Il capitano trascorse metà del percorso in piedi, con la testa fuori dal boccaporto. Ci fermammo diverse volte, ci osservammo, e capimmo che ci stavamo perdendo. In quei momenti benedetti i passeggeri cadevano sulla maledetta panca, dando riposo a mani e gambe. Per un carro, ci dissero all’albergo, la cosa più pericolosa era finire in un avvallamento con neve profonda. Rimane sospeso sul ventre, la cabina si riempie di vapore e finché non brucia la neve fino al terreno non si può muovere. Una volta batterono con un gigantesco martello le punte dei cingoli.
Dopo quattro ore eravamo sul posto. Era nella steppa spoglia una piccola baracca nel cui ingresso stava un forno di ferro, il cui camino passava attraverso la parete e poi proseguiva attraverso tutta la stanza da letto. In questa grande stanza c’erano circa venti letti con comodini, e muri e soffitto erano assolutamente neri di fuliggine e abbondantemente dipinti e graffiati da tematiche pornografiche. Accanto alla stufa c’era un grande cassone con tole, con cui si alimentava la stufa: la legna non serviva perché non c’era. La fiamma della tola era gialla brillante, ma piena di fuliggine. Sui letti di circa metà stanza giacevano soldati vestiti su cuscini neri, tutti con volti e mani completamente neri. In alto a destra si mosse e si alzò il sottotenente, e subito cominciò a imprecare contro il comandante davanti ai soldati. In lui riconobbi un vecchio conoscente, un tempo un tenente autista pieno di spirito. In qualche modo, nel 63° anno, a una sorta di danza per qualche festa avevo sfoggiato il super-moderno twist di quegli anni nel nostro club con una certa brunette appariscente del centro di addestramento. Si dice che poco dopo lei si sposò con un giovane tenente autista, anche lui del centro di addestramento. Questo era lui, a volte giocavamo a basket insieme. La ragazza gli diede un bambino, ma rinunciò al figlio e al marito. Il tenente lo sistemò alla madre. Da quel momento la sua vita e il suo servizio presero una piega sfortunata. Bevve, andò fuori strada. Lo mandarono per rieducazione in questa tenebrosa lontananza, ma, a quanto pare, qui finirà il suo servizio.
Parlammo un po’ di vita, e lì stava spuntando l’alba, allora potevamo avanzare. Siamo usciti nel cortile: due trattori recuperatori stavano in fila e a sinistra c’era una montagna gigantesca di frammenti di blocchi e di blocchi interi di razzi di vari tipi. L’altezza della montagna era di dieci metri e il diametro oltre cento, se non addirittura molto di più, perché tutta la neve nell’area visibile era coperta da minuscoli frammenti di tecnologia missilistica, con certi strumenti, tubazioni, cavi, elementi radio in una quantità incredibile. Il compito per la squadra annerita era strappare i blocchi con la pala in pezzi e portare via fino al cumulo. Per riferimento: per far esplodere il primo stadio di un vettore pesante servono 0.5 tonnellate di esplosivo.
Il sottotenente salì nel nostro carro armato e noi scattammo verso i campi di caduta. Erano a venti chilometri, arrivammo in fretta, ci fermammo, guardammo: i blocchi all’impatto con il terreno praticamente non si distruggevano. Solo se cadevano di lato il blocco si schiacciava un po’, mentre se cadeva in verticale, non c’erano praticamente nessuna deformazione e quindi i blocchi laterali si spostavano solo un poco dalle loro posizioni. Smontai il mio strumento, presi e Colya prese il suo pallone e tornammo indietro. Ci salutammo dal sottotenente e nel «sella», di nuovo, un incubo!
Come siamo arrivati a Ladyzhenka per qualche motivo non è rimasto in memoria, sembra che i padroni un poco si siano compassati e non abbiano messo in ginocchio i cavalli. E lì, sorpresa: nei giorni successivi non ci sarebbe stata la pista. D’accordo, seduti beviamo tè, anche se sarebbe stato meno dannoso bere vodka. Ma noi avevamo pochi soldi, avevamo preso pochissimo e poi perché, pensavamo, perché avremmo avuto bisogno di tanti soldi. Dopo una settimana iniziò la fusione intensa della copertura nevosa dell’aerodromo, e la pista non c’era e non se ne prevedeva alcuna. Ancora qualche giorno così di aprile e staremmo qui fino a giugno, fino all’asciugatura della pista di decollo. Entrammo in panico sul serio. Kola era completamente fuori controllo, bestemmiò il poligono di casa, afferrò il suo pallone e lo gettò per sempre in una lunga buca di neve lontana. Io ho trattenuto di esprimere protesta in quel modo. Insomma, due settimane di attesa e arriva per noi un AN-2. Partimmo!
Come svago ricordo la partecipazione attiva della nostra squadra durante controlli ispettivi seri, in particolare durante l’esecuzione del cross di verifica di tre chilometri. Per un ufficiale assolutamente non allenato, in forma e per nulla giovanissimo, nel caldo, con stivali enormi con cinturone con fondina e maschera antigas, questo non era solo uno standard inarrivabile, ma era in generale pericoloso… Siamo pur sempre una parte non lineare, da cui sarebbe giusto aspettarsi da ufficiali una corrispondente forma fisica e non ratti di stato maggiore, che regolarmente e obbligatoriamente correvano in palestra o sui campi da gioco. E gli standard per tutte queste categorie sono gli stessi, il che è del tutto inaccettabile per gli ufficiali della parte che conduceva quasi ininterrottamente test di razzi e satelliti. Bisognava ingegnarsi, arrangiarsi. Inventammo un espediente.
L’operazione per la riuscita consegna della norma da parte dell’unità sottoposta a successivo controllo è organizzata così: a metà distanza, fuori dalla vista dei controllori, dietro una gobba, giaceva la nostra squadra quasi con tutto l’organico, in attesa dell’inizio del cross. Corrono verso di noi, correndo di lato, i vivaci «crossmen», a noi non importavano. Eravamo orientati sui ritardatari, già sperduti nella speranza, con respiro pesante, occhi sgranati. Ecco che arrivano, i nostri destinatari! Con una risata allegra, con grida, sgusciamo dall’agguato e afferriamo gli sventurati di fronte per la portaplacca e, senza badare alle lamentele, li trasciniamo attivamente al traguardo. Tra l’altro il compito non è semplice. La loro respirazione era una miseria. Raggiungemmo il traguardo, tutti soddisfatti e nessuno si sbuccò una tavola mostrando un risultato decoroso. I vanitosi moscoviti che controllavano erano perfettamente contenti di questi indici fittizi dello stato fisico degli ufficiali della parte sperimentale.