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Capitolo 21 di 29

Kobuleti

Vacanze primaverili dell’82, aprile, decidemmo con Lena di andare da qualche parte in viaggio con pacchetto, l’unica volta per tutta la mia carriera di servizio. Andammo nella casa di riposo dell’VVS nella città di Kobuleti, nella parte meridionale della Georgia, in Adzharia. Metà aprile. Il mare era freddo. In stanza non faceva caldo. Il cibo era discreto, ma senza eccessi. Dopo cena avevamo la regola di assaggiare in camera una bottiglietta di vino secco con erbe e un pane grigio dal sapore incredibilmente buono di farina del Kuban. Sulla questione pane invidiavamo i georgiani. Il pane lo preparano con grano duro del Kuban. Abbiamo girato con frequenza nei luoghi più popolari di tutta la costa. Quel servizio lì era ben organizzato. Dopo la visita della prossima attrazione, quando l’ora si avvicinava alla cena, il conducente dell’autobus portava la compagnia nel cortile di una qualche casa privata. E le case dei georgiani sono grandi, a due piani, ma all’interno semplicemente da caserma. Righe di letti da soldato, 20 per stanza, un tavolo e un armadio con cucchiai-forchette in alluminio e anche piatti in alluminio. Nessun comodino, solo sedie.

Questi «alberghi» non sono riscaldati. In compenso il vino viene proposto all’acquisto, anche a volontà. Il cibo, per qualche motivo, era freddo. Dicono così: e anche questo lo mangerete.

Subito colpiva l’atteggiamento di scarsa considerazione, quasi sprezzante, della locale «classe media», i mercanti, verso i russi. Sorprendevano i prezzi alti dei prodotti agricoli del mercato locale, e in generale in tutta la Georgia. È evidente che il livello dei prezzi fosse spinto dagli alti redditi degli abitanti autoctoni. Il prezzo del pesce fresco sembrava in generale altissimo. E loro lo compravano senza trattare. Altro che disprezzarci per le nostre piante sudate.

Ho conosciuto un rappresentante dell’intellighenzia locale. Rezo Džaparidze, direttore della panetteria cittadina. Omonimo del rivoluzionario, conterraneo del «Padre di tutti i Popoli». In passato Rezo studiava a Leningrado, lì trovò anche la moglie. È divorziato, doveva andare a Leningrado a far visita alla ex moglie e al figlio. Stava spesso aggirandosi nella nostra casa di riposo ed era chiaramente attratto dal contatto con i vacanzieri. Una volta, rispondendo alle mie domande sulla vita e costumi degli abitanti locali, Rezo buttò lì che non si può ricoprire in Georgia nessuna carica anche solo minimamente importante se non georgiana. Non avevo subito capito il senso delle sue parole. Ho chiesto di nuovo. Eravamo in quel momento in passeggiata nei dintorni della stazione ferroviaria. Rezo allora dice: ad esempio, il capo della stazione può essere solo georgiano, degli Svan o dei Megrel. Mentre il bidello può essere un abcaso o un adjaro. A tutte le mie accese obiezioni e indignazioni sulla divisione razziale rispondeva con un’unica frase: «Da noi così è consuetudine».

Per me fu una scoperta sbalorditiva, rivelazione e stupore. E io, che pensavo che tutti quei caucasici georgiani, ben e comodamente sistemati in URSS, fossero… Invece dentro questa repubblica soleggiata i rapporti tra i rappresentanti delle diverse tribù non erano per nulla amichevoli. Di un tale, diciamo mildesemente, antagonismo non avevo mai sentito parlare prima né nelle pubblicazioni sovietiche, né in nessun film, né nemmeno in conversazioni private. Sembrava che il PCUS, pienamente consapevole, tollerasse questo nazional-shovinismo georgiano in ebollizione.

La pesca, (avevo portato con me l’attrezzatura), non andava. In quel periodo il pesce non si avvicinava alla riva. E in aprile non puoi convincere nessuno a mettersi in mare a nuotare. Al massimo, in un altro giorno di sole, si poteva vedere uno o due vacanzieri ubriachi, che per sciocchezza erano entrati in acqua fino a «questi, i più». Mi misi a preparare canne da pesca di bambù. Interessante effetto della prima visita in una foresta di bambù. Migliaia di canne ti circondano in una fitta e difficile da oltrepassare palizzata. Gli occhi corrono e si risveglia l’avidità. Così avrei potuto prendere tutta questa ricchezza. Capisco i sentimenti di cercatori di tesori e pirati…

Per prima cosa ho scoperto alla stazione le regole per il trasporto di bagagli fuori misura. Poi sono andato nel garage del sanatorio, ho ottenuto in prestito un pezzo di lama da seghetto e la mattina seguente mi sono messo in cammino verso la «tesoreria». Senza fretta, con gusto, scelgo la pianta giusta e taglio con la lunghezza calcolata, compatibile con le regole ferroviarie di trasporto. Ho tagliato sei canne, le ho legate strettamente in un fascio e ho atteso con impazienza la fine dell’ozio obbligato. Vorrei tornare il prima possibile al mio Nord.

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