Capitolo 9 di 29
Draisina a motore
Tutte le aree dell’immensa estensione del poligono sono collegate tra loro e la «desjatka» della potente rete ferroviaria, sia per scopi tecnologici che per il trasporto del personale di servizio. Per informazione: al cinquantesimo anniversario la lunghezza complessiva dei binari del poligono era di 500 km! (La rete stradale era di 1400 km). Così la gente andava al lavoro con normali treni passeggeri, e il soprannome «motovoz», secondo la leggenda, fu ereditato dai primi piccoli treni passeggeri anche loro del primo poligono missilistico di Kapustin Jar.
Nel 1967, dalla città, dalla banchina «Gorodskaja» verso i siti partivano sei di questi treni. I vagoni dei nostri treni erano soprattutto «platzkart», un po’ con cuccette, ma ce n’erano anche alcuni molto vecchi, dei tempi della guerra civile, del tutto in legno dentro e fuori. In simili vagoni si fanno riprese sulla distruzione, sulla NEP e sulla rivoluzione. In movimento un vagone così si torce vistosamente e dondola come su un piede di porco con un certo scricchiolio ferroviario, entrambe le sue estremità oscillano fuori tempo, da sole. Forse su altri percorsi verso altri siti correva un altro materiale rotabile, non lo so, ma il nostro era proprio questo assortimento eterogeneo. Sulla piattaforma, vicino a ogni vagone c’è un controllore che controlla i permessi, così che il nemico non salga nel treno sbagliato. Il nostro treno partiva esattamente alle 7 del mattino e tornava alle 7 di sera, e da lì nacque il sarcastico «giornata lavorativa delle sette». Per le piattaforme lontane i treni partivano sensibilmente prima e per quei collaudatori il giorno di lavoro era, naturalmente, più lungo. La distanza dalla «desjatka» alla nostra 32 era di circa 50 chilometri.
Alle 8.30 il nostro treno arriva alla stazione «Minskaja», dove ci aspetta il trasporto della parte, autobus e camion, e in circa 15-20 minuti siamo sul posto, sulla nostra 32 e alle 9.00 iniziamo la colazione nella nostra mensa. Alle 17.30 autobus e gli stessi camion riportano la gente a «Minskaja» e poi tutto procede in ordine inverso.
Ma i viaggi dalla banchina «Gorodskaja» iniziarono chissà da quando dal 1965. Prima di quel periodo i nostri treni aspettavano i collaudatori al mattino sulla stessa stazione Tura-Tam, sulle vie lontane, oltre le linee principali e trasversali. Lì poi riportavano i collaudatori dalle piattaforme dopo la giornata di lavoro.
I posti più preziosi sono i terzi nei vagoni «platzkart»: sono usati soprattutto per primo, lì si dorme benissimo. Se entri nel vagone prima, subito sali sul tuo letto superiore preferito, metti il cappello o la felpa sotto la testa e immediatamente, senza aspettare che parta, dormire, dormire. Appena la testa tocca il «cuscino», ti immergi subito nel sonno più dolce. In carenza c’erano vagoni con cabina, in quei vagoni si giocava di nascosto a carte. A domino più spesso si giocava nei vagoni «platzkart» nel CHK (l’uomo all’uomo, lupo). Le tessere del domino lì possono essere poste con la faccia in su. È un gioco con regole dure: il perdente gioca la partita successiva in piedi, indossando pelisse, berretto e allacciandosi la portabandiera. In alcune compagnie era d’obbligo abbassare i lembi del berretto e annodarli sotto il mento. In inverno i vagoni sono molto caldi, il popolo semispogliato e sudato sonnecchia: qualcuno legge, qualcuno gioca a scacchi, e un certo uomo in uniforme completa resta in piedi e si sfoga. Quando l’ho visto per la prima volta, gli occhi non riuscivano a staccarsi da una simile stupidaggine.
I vagoni sono sempre sovraffollati, soprattutto il venerdì, quando il celibe esce dalla sua piattaforma stancata per andare a sbolognare sulla «desjatka». Se sei entrato tardi nel vagone, viaggerai in piedi nel corridoio o nel vestibolo. In effetti, dopo alcuni anni furono aggiunti vagoni e comparvero persino vagoni con sedili di tipo aeroplano.
Ma i ricordi più vividi sono, ovviamente, del motovoz estivo. Ogni viaggio su di esso è una canzone lunga, malinconica e sudata. Giornata calda (e qui d’estate non esistono giornate fresche), il vagone era «scaldato» così tanto che se non avevi pensato di prendere una cartellina o una rivista spessa, avresti viaggiato in piedi. Tutto nel vagone era bollente e anche i sedili. E subito tutti iniziano a sudare. Bisogna sedersi con cura, senza toccare niente, per non bruciarsi. Dopo un’ora sotto di te c’è una pozza di sudore. Ed ecco, dopo un’ora di tormenti, il nostro treno finalmente è arrivato alla stazione Tura-Tam. Sbarchiamo con le natiche e le schiene bagnate e iniziamo a correre nel modo più veloce possibile, ma con attenzione, oltre i binari della linea principale Mosca – Asia Centrale. Veloci per riuscire a sedersi sull’autobus o sulla macchina da bordo, ma prudenti per non finire sotto i treni che sfrecciano via. Il motivo è che la «desjatka» era disposta da un lato della linea principale e tutte le piattaforme del poligono dall’altro. E bisogna salire sul trasporto che ti porterà in città. Se non ti affretti, aspetterai fino a un’ora il ritorno della colonna di macchine per i ritardatari, di notte, in inverno e col vento.
Dopo un paio di anni i nostri treni smisero di fermarsi in stazione e iniziarono a fermarsi nella steppa a circa cinque chilometri di distanza, e noi con le urla ci precipitavamo verso la colonna in attesa di 20 a 30 camion coperti da telone o autobus aperti. Ogni salita su un mezzo era una gara di velocità, agilità, forza e sfacciataggine. Poiché la massa principale dei passeggeri era di giovani, seduti nel vagone e persino seduti al posto dei comandi, questa sfida serale per un posto nell’auto era una gara da eroi, e nel momento culminante avveniva perfino il passaggio sopra il cassone del camion con una certa ferocia. Volavano bottoni, asole, stridevano i cappotti e tutto questo tra strilli e ringhi, condito da un lessico colorito, per fortuna gli ufficiali superiori e il comando erano lontani alle spalle. Volenti o nolenti, tutti i bottoni col tempo vengono rattoppati con filo di ferro. Con un grosso spillo fai due buchi nella giacca, distanziati almeno da un centimetro, infili un cavo da montaggio molto spesso nel bottone ad anello e fai un doppio nodo dall’interno della giacca. Il nodo, naturalmente, risulta enormemente brutto. Però, se il nemico riesce anche a strapparlo, lo farà solo insieme a un pezzo della giacca.
Questi tornei serali quotidiani divisero subito i giovani ufficiali in una parte seria, cauta e prudente e in una parte più numerosa di «allegri e pieni di gioia».
Ma non c’era più bisogno né per loro né per gli altri di attraversare i binari davanti ai treni in movimento. E anche più tardi i treni del poligono iniziarono ad andare alla «desjatka» sotto il nuovo ponte stradale senza attraversare la linea principale. Ma anche dopo tale modernizzazione il motovoz restava uno degli irritanti principali e non aggiungeva mai ottimismo, e spesso rovinava una giornata altrimenti ben trascorsa.
Finalmente, all’inizio dell’anno 63 fu costruito e messo in funzione sulla nostra piattaforma 31 l’impianto d’avviamento dell’ossigeno sotterraneo, e il mio ŽCh, deposito ferroviario, con impianto mobile e ufficiali, si stava preparando a trasferirsi a Balashikha, vicino a Mosca. Ho scritto senza pensarci troppo un rapporto di rifiuto del servizio a Balashikha, così che colpii semplicemente il comando e i compagni e tornai al mio secondo gruppo Gogsadze, nel calcolo di Yura Gubarev. Non potevo lasciare la mia squadra di casa! Si riteneva che ogni ufficiale sano di mente sognasse di fuggire da Tura-Tam nella parte europea dell’URSS, tanto più fino a Mosca. E vivevo già da quel momento il mio terzo anno tura-tamskij nella stessa stanza d’angolo della pensione a due piani con Vova Ambrosovich, detto Vol, detto Ambrasucha. Vol era più grande di me di tre anni, ma risultò che avevamo una massa di interessi comuni e perfino, parlando in tono elevato, posizioni di vita simili.
Ci avvicinava l’avversione alla partitocrazia, l’amore per halva e waffle, i libri, la musica di qualità e il jazz. La halva, tra l’altro, Ambrasucha riusciva in una sola seduta a mangiarne non meno di un chilo. Come, peraltro, anche io. Molto più tardi Vol riuscì a trasferirsi a Mosca, nel sistema PVO, per questo addirittura entrò nel partito.
Quante notti insonni trascorse davanti al ricevitore radiofonico! Pat Boone, Din Martin, Frank Sinatra, Bing Crosby, Paul Anka. E «Angelina» di Eddie Kelvert! E i potenti orchestrali di Count Basie, Duke e Glenn Miller, Kemfert, Nori Paramore! Il meraviglioso e morbido Victor Sylvester. Ella Fitzgerald e Louis Armstrong con Prima. E la ineguagliabile, inimitabile timbrica di Willis Kannovera, conduttore del programma «Music Y-S-A». Le prime frasi della sua voce vellutata mettevano in risonanza le bontà jazz della mezzanotte radiofonica. Grazie ai ragazzi alle stazioni di soppressione, smettevano di disturbare con l’inizio della trasmissione musicale. Di notte, la stazione «Redio Bejrut» era ricevibile bene sulle medie onde, e all’alba «Redio Cejlon» sulle onde corte, anch’essa con il corretto repertorio, «nostro».
Ma arrivò il tempo di trasferirsi da questa ospitale pensione a due piani all’ostello del mio 2j gruppo. Cioè, per dirla semplicemente, «sotto lo stesso tetto», come mi disse con gentilezza Vladimir Emelyanich, il nostro «Goga». È un lungo baracco a un piano con corridoio centrale, ma a differenza dell’edificio della mia ex pensione il baracco è piantumato di pioppi piuttosto alti che danno ombra e comfort. Come anche la pensione a due piani, il mio nuovo dormitorio era situato da una parte della piazza. Qui c’erano anche due altri dormitori e l’edificio dello stato maggiore. Dall’altra parte della piazza, dal lato della caserma, c’era il dormitorio casermatico. Dal lato dello stadio verso la piazza si affaccia la sanità. Tra il due piani e il dormitorio del 2j gruppo c’era un baraccone, che in seguito divenne un dormitorio femminile. Anche nel dormitorio del 2j gruppo, come nella pensione, c’era un comandante, anch’esso sergente (pulizie, cambio della biancheria), ma non una talpa. Questa era la sua differenza principale rispetto al sergente della pensione. E quel Poliščuk spiava su tutti gli abitanti della pensione a due piani, semplicemente con compiacimento. Oggi è difficile crederci, ma organizzando una modesta bevuta tra due amici, io e Vol, mettevamo i pacchi di snack acquistati sul davanzale della nostra finestra, per entrare leggeri in dormitorio sotto l’occhio vigile dell’informatore. Ecco quanto è forte il potere sovietico: lo stukač. E i suoi figli, Poliščuk insegnerà allo stesso modo, a far crescere servi e delatori.