Capitolo 5 di 29
Una città sull'Angara
Insomma, in fondo, la nostra allegra squadra di sei ragazzi della mia scuola a fine luglio è andata a Irkutsk. Abbiamo passate ventiquattro ore in vagone praticamente in saturazione, quindi appena arrivati siamo corsi a tuffarci nell’Angara. Una brutta sorpresa: l’acqua del fiume era gelida, per nulla come quella dell’Enisej. Non si poteva entrare oltre le ginocchia.




Irkutsk

Ci sistemarono in un campo di tende, in un bel boschetto di betulle accanto all’aeroporto. Preparazione agli esami, qualche lavoro collettivo con la scopa e, soprattutto, la mia occupazione preferita: osservare i decolli e gli atterraggi. Che suono inebriante, il rombo di un motore a reazione! Correvo sulla pista a toccare il cemento rigato dalla gomma bruciata. Vivevamo in tende militari da dieci posti. Di notte io e Sergej ci alzavamo per fare scherzi: ai compagni che russavano schiacciavamo del dentifricio nel naso oppure vi infilavamo una papirosa accesa in precedenza. Il russatore restava lì a sbuffare fumo, e noi ci divertivamo un mondo.

Alla fine di agosto arrivarono gli esami e la corsa conclusiva di 1 km. Partii certo di tagliare il traguardo tra i primi, convinto di essere in perfetta forma. Arrivai invece allo stremo, come il leggendario messaggero di Maratona, caddi e vomitai tra i cespugli. Ero completamente sfinito: per un mese mi ero nutrito quasi soltanto di limonata, focaccine dolci e panpepato comprati allo spaccio da campo. Tutti gli altri andavano alla mensa militare, mentre noi figli viziati di mamma mangiavamo dolci con la limonata. Ecco l’indipendenza degli adulti! Una dura lezione per il futuro.

Ingresso centrale in IVATU
Nell’istituto ammisero due persone: Sergej Legkov e me. Sergej avrebbe studiato motore e planatore, io l’impiantistica elettrotecnica degli aerei. Per prima cosa ci sfamarono con il pranzo secondo la norma da cadetto. I cuochi avevano come portata di casa pilaf e frittelle. Nel pilaf c’erano grossi pezzi di maiale e le frittelle erano spesso tre volte più spesse. Ci tagliarono, lavarono, ci vestirono con l’uniforme e gli stivali. Solo allora fece effetto la divisa: non trovai subito Sergej in mezzo alla massa uniforme dei cadetti. E dal primo settembre agli studi.

Il corso era suddiviso in compagnie e alloggiato in un enorme edificio di tre piani, le antiche caserme della scuola per junker1, costruito ad angolo. La mia, la seconda compagnia, occupava il secondo piano. Altri edifici simili delimitavano il grande piazzale formando una «P». Poco lontano si trovavano la mensa, i fabbricati di servizio, la centrale termica e il posto di controllo. Gli ufficiali e gli insegnanti abitavano vicino agli edifici didattici, a circa un chilometro dalle nostre caserme; più oltre c’erano l’infermeria e il corpo di guardia. Il tutto era collegato da strade lastricate, fiancheggiate da pioppi che producevano enormi quantità di lanugine. Ovunque si vedevano manifesti variopinti a tema aeronautico. I cestini dei rifiuti erano ricavati da piccole bombe d’aereo tagliate; le altalene del quartiere degli ufficiali, invece, da serbatoi supplementari: specie di siluri-razzo d’alluminio con un’apertura per il sedile. Tutti gli edifici e le strade erano addossati all’aeroporto. Sul tetto della nostra caserma d’angolo brillava una potente luce rossa lungo l’asse della pista, e gli aerei in decollo e in atterraggio ruggivano quasi sfiorando il tetto con il carrello abbassato o non ancora retratto. Almeno così sembrava nei primi giorni. Non faceva paura, ma il rombo dei motori impressionava. Di notte era meno frequente; di giorno quella musica risuonava ogni cinque o dieci minuti. Col tempo smisi persino di alzare la testa: mi ero abituato, e non disturbava neppure il sonno.
E cominciò, poi si avviò, la vita tra studio e servizio.
Seconda compagnia, seconda squadra. Comandante di compagnia maggiore Vasilevskij (Kostja), comandante di plotone capitano Safiutdinov (Sajfut).
Kostja era un eccellente istruttore di disciplina formale, un autentico sergente di ferro e anche un bellimbusto; Sajfut, invece, sembrava sempre un po’ vessato. Il comandante di battaglione era il tenente colonnello Borisov. Davanti a un cadetto colpevole, Kostja Vasilevskij spalancava occhi terribili e immobili, che percorrevano senza sosta il disgraziato dalla testa ai piedi e si fermavano a trafiggere e bruciare il suo sguardo abbassato. Intanto deformava il viso in una smorfia bestiale e aspirava rumorosamente l’aria tra i denti serrati. Lo inceneriva. Probabilmente suo padre, o qualche superiore, lo aveva guardato allo stesso modo quando era giovane. Alle parate marciava in modo impeccabile, con evidente piacere, alla testa della nostra compagnia.
Per primo ci insegnarono a coricarci e alzarci in marcia dal sonno. La norma era 45 secondi e 1min 20 sec rispettivamente. Ogni sera circa dieci volte. E come non ti rompevano le gambe saltando da letti e sgabelli eseguendo il comando “otboj!”?
Si scoprì che non potevo proprio alzarmi durante la notte e poi iniziare a servizio di guardia in modo cosciente, per esempio come sentinella della compagnia. Mi svegliavano, mi alzavo, cominciavo a vestirmi e non appena la sentinella o il turno di guardia che mi aveva svegliato se ne andava, crollavo subito sul letto e mi addormentavo dolcemente. Naturalmente poi mi svegliavano meno delicatamente, per ottenere una mia reazione adeguata. Curarono questa mia “malattia” in una sola notte.
Il 7 novembre 1958 feci il giuramento, e da quel momento diventai titolare di un fucile automatico personale, borsa porta-cariche con due cartucce di riserva e maschera antigas con kit OZK. OZK, insieme di protezione delle truppe comuni: borsa con stivaletti di feltro, guanti e mantello a coperta. Studio, tiri, esercitazioni in formazione, guardie e turni.
Matematica, fisica, scienza dei materiali, teoria della resistenza dei materiali e marxismo-leninismo, vada il diavolo. Lo insegnava il colonnello Shagimardanov. Un gigante tataro o bashkir. Ortodosso di sangue puro. E nel paese, in quegli anni, il potere era in mano al chiacchierone lacchè staliniano, improvvisamente divenuto svelatore del culto, continuando però a piegare il popolo con piccole concessioni di facciata. Girava e spingeva per ore lunghe discorsi per approfondire con nero zelo quei detriti.
Così questo mezzo insegnante si ficcò subito su di me per domande idiote sul senso delle «sacre» scritture dei leader scomparsi. In un primo momento non ho colto subito il postulato del passaggio a salti dal socialismo da una fase all’altra. E anche non era chiaro: Stalin, Lenin, leader e guide a tutte le imprese e vittorie e allo stesso tempo negazione del ruolo della personalità nelle moderne invettive marxiste. Un cadetto dubbioso è sospetto di suo diritto! E comunque, a vederlo, non avevo letto quei segnali. Per tutto il corso mi punzecchiò senza tregua. E che cosa avrebbe fatto con me cinque anni prima?
La memoria ha conservato anche un episodio buffo di questa memorizzazione del marxismo. Era comodo e subito raccomandato ricordare i componenti dei teorici noti del “Gruppo Liberazione del Lavoro”. Prendendo le iniziali dei cognomi, esattamente cinque membri: Plekhanov, Ignatov, Zasulich, Deich, Axelrod.
Almeno una volta al mese scattava un allarme d’addestramento. Nel cuore della notte, più spesso verso l’alba, il sonno più dolce veniva squarciato dal grido: «Compagnia! Allarme!». Io, per giunta, ero addetto alle munizioni. Bisognava vestirsi, armarsi, indossare tutto l’equipaggiamento, compreso il cappotto arrotolato, afferrare una cassa di cartucce da venti chilogrammi, riversarsi con la folla dal secondo piano sul piazzale e non restare indietro dalla compagnia che correva nel buio. Tutto avveniva tra urla e imprecazioni. Sull’ampia scala scendeva una valanga di uomini carichi di armi e munizioni, ingrossata a ogni piano. Appoggiavi la cassa sulla schiena di qualcuno e ti limitavi a sostenerla perché non la facesse cadere, lasciandolo pure gridare: doveva soffrire soltanto per due rampe. Ogni squadra aveva due portamunizioni; se l’allarme prevedeva una corsa lunga, io e il mio compagno usavamo un asciugamano per trasportare più comodamente la cassa in due.
Compiemmo il corso completo del soldato appena arrivato, compreso scavare, scavare la trincea a profilo completo partendo dalla posizione supina sotto tiro simulato nemico (con l’occhio vigile e le urla del docente). Anche questo bisognava superarlo.

Nelle lezioni politiche ci terrorizzavano con la malafede e la cupidigia dell’ambiente imperialista, amplificando l’efficacia con saggi citazioni di Ilič in grafica da manifesto. Tipo: “Rinforzare (non ricordo di cosa) nel modo più autentico!” L’immagine orribile con il naso ad uncino dello zio Sam mi spaventò e mi accompagnò per tutti i 28 anni di servizio in tutte le cittadelle militari fino alla Kamchatka inclusa. I nostri lungimiranti, in fondo avidi di potere, governanti del Politburo, mentre in silenzio sognavano di costruire socialismo-comunismo su tutta la Terra, capivano che non sarebbe piaciuto a tutti. Perciò cercavano di preparare l’Esercito a conflitti seri, necessariamente con impiego di armi nucleari. In nome di un domani radioso.
Erano gli anni successivi a Žukov. Una delle discipline più importanti era la PAZ-PChZ: protezione antinucleare e chimica.
Nell’aula specializzata, fra gli altri sussidi didattici, c’erano grandi vetrine con calchi di mani e teste umane che mostravano in modo molto realistico diversi gradi di lesioni provocate dalle armi chimiche e atomiche. Soprattutto occhi che colavano dalle orbite. Sembravano teste vive, ma era evidente che i loro proprietari non lo fossero più. Era interessante osservare anche una maschera antigas per cavalli e i finimenti di protezione chimica. Per ore lavavamo e decontaminavamo un MiG-15 con l’intero equipaggiamento antinucleare, chiusi in tute ermetiche e imbottite. A fine giornata in ogni stivale si raccoglieva mezzo litro di sudore. Poi cominciò il corso di adattamento alla maschera antigas: ogni giorno aggiungevano 15 minuti, finché arrivammo a trascorrere 6 ore di seguito in quel muso di gomma. Un incubo: la pressione della gomma provocava dolori fortissimi al viso. Tutte le lezioni e gli spostamenti avvenivano con la maschera indosso. Per scherzo cercavamo di attaccare con la saliva dei pezzetti di carta sui visori di chi si addormentava. Il poveretto restava seduto come un cieco, fingendo magari di prendere diligentemente appunti. Un altro scherzo consisteva nello stringergli un poco il tubo. Ogni tanto l’insegnante diceva piano: «Chi non dorme resti seduto», poi gridava: «Chi dorme, in piedi!». Balzava su metà della squadra. Ridevamo e ci sgranchivamo.
Il vertice del corso era l’irrigazione. La tenda. La sezione per ordine “Gas!” si infila la maschera. Entra in tenda un maggiore chiassoso e bonario, rossiccio, probabilmente per lo spesso indossare la maschera antigas. Con una leva rumorosa e con spruzzi nebulizza da un contenitore simile a un estintore clorpiprine. È un agente chimico di addestramento-combattimento. Subito iniziò il tossire, prima uno singolo e poi corale. Qualcuno sbucò all’uscita. A me subito in bocca arrivò qualcosa di acido al gusto e subito la reazione dei polmoni, pulsante e a ondate crescenti, spinse verso il catarro. Non in prima fila, ma io mi feci pure a precipizio. Anche se all’inizio pensavo di resistere, di sopportare. Uffa. Il corpo urlava: “salva!” A tutti furono applicate le valvole di bypass. Erano lì, cari, da settimane nel taschino della giacca e un po’ impolverate per rendere più facile la respirazione. Poi che cos’è successo… Quando corsi via, il nostro maggiore era già seduto a terra, la sua folla era riuscita a farlo cadere e cercava frenarsi. Ma la norma richiedeva non solo sedersi per un po’, ma anche per i comandi “maschera perforata” e “tubo danneggiato” togliere e indossare la maschera e scollegare il tubo e avvitare la scatola alla maschera, rispettivamente. E se perforata la maschera, stringere la gola della scatola con le labbra e respirare attraverso di essa con gli occhi chiusi. Avevo visto ragazzi che cercavano disperatamente di tenere la maschera con la valvola rotta. Questi, ostinati, dopo la corsa uscivano subito e cadevano a terra, poi per lunghi e dolorosi momenti vomitavano e tossivano stridendo. Non potevano parlare. Arrivavano gradualmente in sé dopo l’avvelenamento. Alcuni facevano più passaggi, così, a sazietà. Fino al completamento totale degli esercizi. Il burlone ne uscì soddisfatto, ci aveva istruito per tutta la vita. Da un colpo mi fece rispettare il “fumo chimico”.
L’organizzazione del regime era tale da spezzare fin dai primi giorni la volontà dei ragazzi e ricostruire cervelli e organismi al ritmo militare. Iniziarono conflitti con i sergenti-efreitori, nominati dal comando tra i più obbedienti, non necessariamente intelligenti, soprattutto ex soldati. Avevano divorato i regolamenti sul potere illimitato di ogni superiore sui subordinati; così al giovane comandante del grado di caporale gli sembrava di detenere davvero un potere assoluto e inconfutabile. Così è fatto l’essere umano. E, di conseguenza, cominciarono le sentinelle. E se si trattava di guardia, mi toccava il posto più lontano.
Ne ricordo nei dettagli il posto n. 4 (magazzino NZ). Un edificio quadrato a un piano, circa 30 per 30 metri, molto alto e, come tutte le strutture della scuola, in ottima mattoneria rossa di lavorazione pre-rivoluzionaria. Bisogna notare che la scuola ereditò edifici dell’epoca dei cadetti dello zar. L’esterno era ogni mattone pieno di segni, dipinto e incrostato di baionette delle guardie dal suolo all’altezza impensabile. Evidentemente i cadetti mettevano scatole sotto i piedi mentre sbozzavano. E avevano anche fucili mosin a baionetta triangolare lunga. Entravi nel posto come in una galleria d’arte con sala di lettura, dove il grido più innocente che ricordo era “triste la vita quando la giovinezza è in una sciarpa e la gioventù è cinta da una cintura” oppure “l’amore è un braciere: se lasci cadere il ceppo si spegne”, mentre le composizioni scultoree non avrebbero retto nessuna censura. Pura Kama Sutra.
I posti peggiori in inverno erano quelli vicino agli aerei fermi. Come si sa, in inverno a Irkutsk fa freddo, e all’aeroporto ancora più. La sentinella era ben vestita, ma essendo a sangue caldo cercava di ripararsi anche dal vento. E non c’era posto migliore della nicchia del carrello anteriore di un caccia. È una cavità aperta sotto al muso della fusoliera, circa mezzo metro per uno e mezzo e in altezza un metro, dove dopo il decollo rientra il carrello anteriore. Lì sta il tizio e suda, gli va bene così la guardia non lo spazza. Si vedono solo gli scarponi imbottiti e la parte bassa del mantello. Arriva il turno, notte, nevica, gli aerei parcheggiati su un’enorme area. Per primi tutta la squadra con parolacce corre alla zona dei caccia, a cercare quel disgraziato! Più a lungo cerchiamo, meno dormiamo tra i turni. E poi doveva anche tornare al posto di guardia, aspettare che l’automa si scongelasse: dal freddo subito si ricopre di uno strato di brina, poi la neve si scioglie. La sfregi fino a seccarlo e solo allora lo ingrassi. Come si sa, il ciclo di guardia è di due ore in postazione, due ore in turno vigile dopo il rientro e due ore di sonno. Il passaggio dei turni ai propri posti avviene a spese del sonno. I posti, almeno per il turno di distribuzione, sono parecchi. Quando potevi dormire allora? E così era una giornata intera.

MiG-21
Non subito, ma col tempo notai in me una lenta trasformazione: da sentinella tesa, sempre in attesa di un attacco improvviso, diventai un militare di guardia calmo e ragionevole. Chi ha sorvegliato posti difficili da controllare perfino di giorno conosce quella sensazione costante di pericolo in agguato, letteralmente dietro ogni cespuglio e ogni aereo, soprattutto col maltempo. Come è noto, il servizio di guardia continua in qualunque condizione; con il vento e la pioggia la sentinella perde il suo secondo senso più importante: l’udito.
La muta con il capoposto se ne andava e tu restavi solo contro il mondo intero, con un unico amico fidato: il fucile automatico. Te lo mettevi al collo — così ci si sentiva più tranquilli — e cominciavi a percorrere il perimetro, se il posto non era su una torre. Dopo un giro avevi decifrato ombre e fruscii sospetti e potevi rilassarti un poco, pensando a qualcosa che non avesse nulla a che fare con l’UG e il KS, il regolamento di guarnigione e guardia e quello del servizio di guardia. Senza però smettere di controllare l’orologio, per fermare in tempo la muta con il grido energico: «Alt! Chi va là?»
Un ottimo turno in cucina era pulire patate! Naturalmente tra virgolette. L’istituto era grande, solo cinque compagnie da 150 ciascuna in ciascuno dei tre corsi, e un sacco di reparti ausiliari. Per una notte dovevamo ripulire un’infinità di patate. Mi fu affidato il lavoro da operatore di due pelatrici di patate, dispositivi simili a una lavatrice alta con una pietra molto ruvida ruotante orizzontalmente sulla quale gettavi porzioni di patate. Il mio compito era sbucciare inizialmente i tuberi e portare i compagni a sguarnire i germogli. Da sopra di noi controllava la cuoca di turno, capace di urlare penetrante, quasi trafittivo: “occhi!”. Ancora mi risuona nelle orecchie. Così non lasciavano addormentare neppure per un secondo. E non mi permettevano di sbucciare troppo la patata. Devo confessare, cercavo di raschiare quasi a forma di carota, così i ragazzi avevano meno lavoro.
Ancora più duro era il turno in caldaia: portare i carboncini e portare via la scorie nel cumulo. Col carrello. Feci diverse andate, avevi 10 minuti di pausa. E lì il sonno, compagno inseparabile del lavoro duro, in sensazioni di dolce veleno che si diffonde nel cervello stremato dalla mancanza di sonno o di un enorme animale peloso e caldo della dimensione di un mammut che ti ricopre del tutto e genera il più forte desiderio di cedere, di lasciare quei freni dolorosi e dimenticare. E in mezzo a tali fornelli caldi e i meravigliosi fianchi di caldaie rivestite di mattoni e imbiancate a intonaco. Bastava sistemarti, appoggiarti in piedi alla caldaia per riposarti, e già ti puntavano di lato: “spingi il carrello, ragazzo”. Ricordo i cumuli di scorie e le assi su cui dovevamo far rotolare quel carrello. I fuochisti erano per un motivo teschi enormi con sciarpe e nasi neri.
Una volta sono stato di turno nella porcilaia. La sera, dopo la distribuzione delle guardie e dei turni, ci mostrarono dove andare e dove stava la pala. Alle quattro del mattino entrai in una porcilaia enorme, per come la immaginavo. Un posto tipico da kolchoz. Un odore tale da non poter respirare se non abituati. Umido e caldo-caldo. Grugnì appena varcata la soglia. Tutti, grossi e piccoli, si alzarono di colpo come se aspettassero un segnale. Li avevo spaventati, demonietti. Mi fissavano con occhi da maiale in ciglia chiare. La gabbia vicina era vuota. L’apri e li inviti, oppure urli i lenti con la pala a liberare il locale sporco. Ho chiuso la porta della compagnia e lì eri uno contro mucchi di meravigliosa merda. Evviva!
Mi sono pulito. Dove avrei potuto andarmene altrove.
Sempre fisicamente pesante il turno in MTO, nel materiale il rifornimento di carburante. Spesso vi era impegnato quasi tutta la squadra. Arrivava un vagone con carbone, tronchi, generi alimentari o attrezzature, e immediatamente la squadra veniva tolta dalle lezioni o dal sonno e andava in stazione. La nuova aviazione tecnica, ancora classificata, veniva trasportata esclusivamente al buio. Per esempio, a noi toccò trasportare il primo Tu-22 atterrato a Žukovskij, leggermente ammaccato. Era molto difficile ricaricarlo manualmente.


Tu-22M3
superfici del Pulmann su un carrello speciale. Ci siamo sbattuti. Abbiamo lavorato tutta la notte fino all’alba, ma andavamo alle lezioni. Questa era regola sacra nella scuola. Nessuna concessione.
Cronica mancanza di sonno e deficit di tempo in tutto, senza eccezioni. E qui, dopo poche settimane di studio, siamo stati presi nella squadra di basket. E tutto in corsa, soprattutto per ordine nel territorio della scuola e dell’aeroporto tutti gli spostamenti fuori formazione solo correndo. Imparai a rubare ogni minuto libero per dormire. Anche in marcia in formazione riuscivo a spegnermi. Ho imparato a dormire senza spegnere l’udito, anzi affinandolo. Si scopre che se non c’è vento né pioggia, in una notte silenziosa si sentono anche i grilli-che-ragno strisciare. L’udito si affinava tanto che sulla guardia a presidio delle stanze segrete, che è un corridoio largo diretto di 150-200 metri nel seminterrato del principale edificio scolastico, si sentiva il sentinella vicino alla bandiera al primo piano del vestibolo che passava da un piede all’altro.
Il 31 dicembre 1958 la squadra assunse il turno con pattuglie in città. La pattuglia in quegli anni prestava servizio con i fucili automatici. Davanti andava l’ufficiale e dietro due soldati armati di pattuglia. Questo fu il mio primo pattugliamento urbano. Camminavo fiero e gonfio come un tacchino, dimenticando di abbassare le orecchie del berretto. Irkutsk era una città bellissima, e le ragazze in strada ancora più belle. E in quella notte di Capodanno la temperatura scese a -52 gradi. Feci le prime due ore e mi crollai sul letto per un pisolino. Mi svegliano: avevo il naso bianco. Non era possibile pulirlo più. Anche le orecchie erano andate. Da allora anche il mio naso ha imparato a reagire al clima. Termometro non serve.
Le lezioni di tecnica erano molto interessanti. Nell’ex palestra c’era un IL-282 (allora il bombardiere da campo più moderno). Da lì cominciò l’apprendimento pratico della tecnica aerea. Ricordo ancora quell’odore specifico dell’aereo, misto di lacca e cablaggio elettrico. Ho studiato la tecnica non solo con interesse, ma con ebbrezza. Ricordo ancora la quantità di abbreviazioni degli apparati di bordo. E il primo avviamento dei motori IL-28 in piazzale sotto controllo dell’istruttore! Eri da solo in cabina (istruttore all’esterno su pedana), premevi il pulsante di avviamento del motore sinistro e - le lancette degli strumenti si misero a girare. Meraviglia! Le lezioni pratiche in aeroporto venivano fatte sempre d’inverno nelle gelate più feroci. È corretto, certo, ma non semplice. Va bene se quel giorno lavori dentro l’aereo. E se nel vano d’ispezione della fusoliera o sul piano?
È bello quando qualcuno tiene in moto i motori vicino - la turbina non si è ancora fermata e nel condotto ci sono già teste, mani, guanti. Che bello! Vorrei fosse più spesso così.
IL-28
Partecipai alle mie prime “elezioni”. Subito la procedura mi ha un po’ posto in difficoltà: per il nome parevano elezioni, ma in realtà… Per modo di dire poco interessante, diciamo così. Poi ho cominciato a capire che tutta quella presunta autorità sovietica era del tutto scollegata dal popolo, neanche per le famose Soviete. Quello che dicevano di elezioni di deputati dal popolo era un arbitrio poco mascherato di un partito impeccabile, il più santo CC, uno scherno verso la gente e la trasformazione loro in commedia. E in questa commedia tutta la gente volgare, cittadini dell’URSS, sia di partito che no, recitava pacificamente il ruolo assegnato.
Ogni minuto libero era dedicato alla lettura. La scuola aveva una grande biblioteca. Fotografavo i compagni con la mia macchina tascabile Zorkij e nella compagnia avevamo allestito un piccolo laboratorio fotografico. Tutto a scapito del sonno. Ma chi desiderava davvero dedicarsi a qualcosa otteneva risultati. Forse l’esempio migliore fu Valera Lebedev. Si mise in testa di imparare a suonare il clarinetto con l’aiuto di un opuscolo e cominciò a tormentarci con strilli acuti e sibili sgradevoli. Io gli insegnai i rudimenti della notazione musicale. Dopo sei mesi, o forse anche prima, Valera eseguiva con precisione «Petite Fleur».

Ecco l’agosto e il primo congedo da cadetto. Va detto che Krasnojarsk-26 non era affatto la città di Krasnojarsk. Era una città segreta chiusa, produttrice di uranio e plutonio per armi.3 Lì lavorava mio padre come capo di uno dei direttorati di montaggio. Di certo scriverò separatamente della sua strada di vita e dei fatti. Così, per portarmi a casa da Krasnojarsk, doveva incontrarmi in stazione dopo il mio telegramma. Nel compartimento andai da solo e poco prima di Krasnojarsk, letteralmente un’ora prima dell’arrivo, mi addormentai un po’. Mi svegliai dal rumore nel corridoio: gli inservienti lavavano il pavimento e i finestrini all’esterno del treno e lo stesso treno stava in qualche binario morto tra vagoni altrettanto vuoti! Ecco che arrivò il caos. Mi sono vestito in fretta e corsi alla stazione. Lì già non annunciavano più il mio nome per l’altoparlante. Oltre a mio padre mi aspettava anche Toma Usikova, la mia attrazione scolastica. Imbarazzo! E gioia reciproca - e se il treno avesse avuto un’altra stazione terminale?

Krasnojarsk-26. Primo congedo.
Al secondo corso, nell’autunno del 1959, mi invitarono nella squadra di pallamano, perché ero un cestista. È un invito molto onorifico e importante: la squadra dell’istituto prendeva solo i primi posti nei campionati dell’aviazione, della regione e dell’area! L’allenatore era il caporale Pasha Nevenčenko. Talento in grande stile. Le pressioni erano tali, soprattutto sul braccio del tiro, che ero costretto a tenere cucchiaio e forchetta con la mano sinistra — non potevo usarla destra. E i cross su Angara con lancio di grossi ciottoli in distanza! Pasha era severo ma giusto, e non avevamo altro che rispetto, quasi venerazione. La forza di presa, con dita esteriormente normali, era semplicemente mostruosa. Poco chiacchierato, prendeva i disobbedienti “per la cinghia”, doveva sempre inseguire chi scappava, lui correva cento metri per una prima categoria e semplicemente afferrava da lato, per la pelle, dalla gamba e stringeva. Attraverso la pelle spuntava sangue e sembrava che le ossa stessero per scricchiolare. Quel metodo funzionava in modo infallibile. Nella mia carriera sportiva ho giocato in squadre di buon livello, ma in nessuna c’era una disciplina così alta.
Nel tempo della pallamano si giocava a calcio campi con squadre da 11. Il portiere stava su porte grandi e durante una partita lasciava passare dai 10 ai 30 o più palloni. Perciò il gioco era più spettacolare del calcio. I rapporti tra attaccanti e difensori erano più aperti, quasi come nell’hockey. Si riteneva che se dopo la partita eri senza infortuni, allora non ti eri impegnato al massimo, quindi non eri entrato davvero tra le difese, facevi di mezzo. Prima di uscire sul campo erano obbligatoriamente tolti i bendaggi da ferite e traumi non guariti, così la difesa avversaria non colpiva ferite aperte. Con un avversario duro la partita diventava progressivamente una rissa da gladiatori. Se cedessi e mollassi, perdevi garantito. Ti picchiavano, resisti, i tuoi aggressori sono quelli che verranno da te tra poco. E da tribune pure difensori e persino il portiere urlavano: “il cliente è partito… ripagalo!” L’avversario più ferocemente ostile bisognava farlo cadere e saltargli sopra con le ginocchia in avanti. Se poi si comportava anche con malizia in gioco, allora su di lui saltavano fino a tre difensori con un unico scopo: metterlo fuori gioco.
Il pallamano militare è una faccenda seria, soprattutto se la squadra avversaria era del personale di truppa. I soldati per i permessi promessi combattevano fino alla morte. E noi non li risparmiavamo. In pratica ci divertivamo nel campionato regionale. Alle squadre di qualsiasi città cercavamo di far segnare non meno di 40 palloni. A noi era permesso subire non più di 5 palloni. Ecco la differenza di classe.
Giocavo costantemente come difensore errante, cioè sia in difesa avanzato in avanti sia in attacco arretrato. Il lavoro più duro di tutti. Se bisognava prendere personalmente l’attaccante più pericoloso, questo era affidato a me. L’attesa di ogni partita era attesa di festa, una festa di gioco maschile. Poi passarono gli accampamenti di una settimana, finì il campionato e tornò lo studio, recupera! Al terzo corso, invece dell’addestramento truppa, ci fu un mese di pratica all’impianto aeronautico di Irkutsk n. 39. Allora produceva i trasportatori AN-124 e gli intercettori Jak-285.

Jak-28
Vedere coi propri occhi come a un’estremità di un enorme capannone arrivano l’alluminio di foglia e i profilati, e dall’altra estremità spuntano in volo gli aerei pronti sul campo di decollo dell’aeroporto di fabbrica, e anche partecipare alle semplici operazioni di catena, è fantastico. Allora correva la serie degli An per l’India. Tutte le scritte, istruzioni e indicatori erano in inglese. Mi impressionarono le prove del radar ottico di coda: la torretta della doppietta di cannoni NR-23 ruotava automaticamente, seguendo gli aerei in atterraggio e decollo.

Torretta posteriore con cannoniera dell’IL-28
In quello stesso estate con le nostre forze, da ricambi scartati di fabbrica, abbiamo assemblato il nostro AN-12, solo senza l’ala destra, ma adatto alle operazioni base di manutenzione. Con due motori di sinistra. Sono convinto che dopo di noi l’aereo fosse completato.


AN-12
Passarono tre anni di studio e arrivarono le ultime prove della nuova uniforme da ufficiale, soprattutto della giubba da parata, con la vita stretta e le spalle incredibilmente larghe. La moda militare di allora non lesinava l’imbottitura. Appena iniziò quella serie di prove, sentimmo tutti che la vita da cadetti stava per finire, che presto non ci sarebbero più stati i padri-comandanti e che ci saremmo dispersi nelle immense distese dell’URSS. Con tristezza e gioia insieme, uscivamo dall’infanzia. Restavano gli ultimi esami, la solenne cerimonia di diploma, la qualifica di tecnico degli aerei An-12 e degli elicotteri Mi-4 e Mi-8, e la destinazione: unità militare 11284, stazione di Tjura-Tam.
Imballai tutto l’equipaggiamento da ufficiale che mi avevano consegnato e che, secondo il mio «saggio» giudizio, non mi sarebbe servito subito nel caldo Kazakistan, e lo spedii a Krasnojarsk. All’epoca, oltre alla coperta, alle lenzuola e al materasso, all’ufficiale davano un grande sacco, secondo una tradizione risalente alla guerra civile; giunto alla prima destinazione, il giovane ufficiale doveva riempirlo di fieno o paglia. In quel sacco-materasso misi scioccamente tutti gli abiti pesanti, compresi il cappotto da parata e quello da servizio, e li mandai ai miei genitori. Pensavo che, con l’avvicinarsi dell’inverno, me li avrebbero rispediti a Tjura-Tam. Come unico capospalla portai con me una mantella impermeabile con cappuccio. In seguito rimpiansi di non aver spedito subito tutto il mio corredo militare.
Consultai la carta del Kazakistan. Bisognava oltrepassare il lago d’Aral e scendere dopo la stazione di Kazalinsk, prima di Džusaly. Lessi in un’enciclopedia qualcosa sul clima locale e su certi grandi gatti dei canneti. Anticipo il seguito: in sette anni di servizio nelle steppe kazake non incontrai alcun gatto particolare. Mi restavano ancora 30 giorni di licenza, escluso il viaggio. Io e Sergej Legkov ne parlammo e decidemmo di andare direttamente a Tuapse, sul Mar Nero, senza deviare verso le nostre case di Krasnojarsk.
Né io né Sergej eravamo mai stati a Tuapse, ma mio padre vi aveva lavorato da giovane, saldando serbatoi di petrolio. Arrivammo ai primi di ottobre. Faceva caldo e c’era il sole, ma sulla costa tirava vento. Scoprimmo che proprio allora cominciava la stagione delle mareggiate, di forza quattro come minimo. E noi eravamo venuti per fare il bagno! Credo che con quel mare nessun altro entrasse in acqua. Era abbastanza calda, anche se piena di sabbia. A noi non importava: l’unico problema era raggiungere la riva senza lividi, perché le onde colpivano con forza e senza tregua. Salimmo più volte sulle colline vicine. Tra l’erba rada e ormai bruciata e i fitti cespugli comparivano qua e là alberi con frutti perfettamente commestibili. Rubacchiavamo fichi e ricordavamo il Piccolo Muck, che aveva mangiato un frutto sconosciuto, e come era andata a finire. Non potevamo permetterci baldorie con gli zingari nei ristoranti rumorosi: la paga da tenente non bastava. Il mare, invece, era gratis. Nuotammo fino a saziarci e lavammo persino qualche indumento, anche se l’acqua salata puliva malissimo. Quei magnifici giorni — circa due settimane — volarono via. Salutai Sergej, destinato all’Estremo Oriente, mentre io dovevo partire due giorni dopo per il Kazakistan. Senza il compagno la stanza sembrava vuota e nemmeno la situazione finanziaria era allegra: mi aspettavano più di tre giorni di viaggio fino a Tjura-Tam, con cambio a Syzran, e avevo in tasca soltanto un rublo e 56 copechi. Ci eravamo divertiti davvero! Il mio organismo giovane, non ancora abituato alla fame, reclamava cibo. A ogni stazione scendevo sul marciapiede, assaggiavo una dopo l’altra le merci delle venditrici e le rimettevo a posto. Controvoglia arrivai a masticare perfino fagioli secchi. Adoro i piatti di fagioli, ma secchi hanno un sapore ben diverso da quelli cotti. A Syzran si riunì un piccolo e allegro gruppo di tenenti della nostra leva, anche loro diretti a Tjura, ma ancora provvisti di denaro. Lo spesero in bevute e per il giorno seguente viaggiarono senza mangiare. A me, invece, la fame permise di divorare un’anguria enorme e tirare avanti. Qualche parola sui viaggi in treno verso l’Asia: da Mosca a Tjura occorrevano due giorni. Dopo Orenburg finiva l’acqua nel vagone, con tutte le conseguenze di quel fatto apparentemente trascurabile: non ci si poteva lavare, la toilette smetteva di funzionare… E il personale? Gli addetti, asiatici del posto, erano impegnati in qualche commercio, caricavano e scaricavano fagotti, sacchi e casse e sembravano friggere o bollire qualcosa senza sosta nella stufa accanto al loro scompartimento. Il fumo riempiva tutto il vagone. I passeggeri si arrangiavano da soli; di pulizie non si parlava nemmeno.
Note
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L’ex scuola per junacchi con trasformazione nel 1872 e nel 1910 divenne l’istituto militare di Irkutsk.
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Apertura alare 21,45m
Lunghezza della fusoliera 17,65m
Altezza 6,7m
Superficie alare 60,8m
Tipo di motore 2xVK-1A
Spinta del motore 2770kg
Massa massima al decollo 18400kg
Massa al decollo sovraccaricata 23200kg
Velocità massima 906km/ora
Quota pratica 12500m
Raggio d’azione 2400km
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1958. 25 agosto. Sul complesso chimico atomico di Krasnojarsk il reattore industriale AD entrò a far parte degli impianti attivi. Il secondo reattore, AD-1, opera su GHK dal 1961 g.
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Equipaggio 7pers
Massa massima al decollo 64t
Carico commerciale massimo 20t
Raggio massimo di volo 4000km
Velocità di crociera 510km/ora
Quota pratica 10200m
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Equipaggio 2pers
Lunghezza 20,02m
Apertura alare 11,78m
Altezza 4,3m
Massa massima al decollo 18080kg
Motori 2x6100kg
Velocità massima 1850km/ora
Raggio 2070km
Quota pratica 14500m
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