Capitolo 6 di 29
Hoş Geldiniz! (Benvenuti)
E così, alla leggera, arrivò il nostro esercito alla stazione di Tjura-Tam.

Ci avviciniamo a Tjura.
Giornata afosa di fine settembre: abbandoniamo con piacere il vagone ormai nauseabondo, impregnato dell’odore di olio bruciato, e muoviamo i primi passi sul suolo kazako. Che cosa ci aspetta? L’impressione è opprimente. Una minuscola, malandata, bassa stazioncina imbiancata a calce, in mezzo a un disordinato gruppo di baracche fatte di traversine, appena e trascuratamente intonacate d’argilla. Eppure dal treno è scesa una quantità inaspettatamente grande di militari. Dietro la stazione c’è una piazza; gli autobus vi entrano sollevando nuvole di polvere. Ci fanno accomodare tutti e ci portano via. Dopo 15 minuti vediamo un quadro completamente diverso: oltre la collina, oltre il posto di controllo, una città moderna con strade asfaltate, tutta piantata di giovani alberi disposti in file!

Il posto di controllo.
Questa è la «decina», la piazzola n. 10, il quartiere residenziale, centro amministrativo e culturale del poligono. La denominazione ufficiale è 5° Poligono di Ricerca Scientifica del Ministero della Difesa, abbreviato NIIP-5 MO, noto anche come unità militare 11284. E poiché «in principio fu la parola», la creazione del poligono ebbe inizio con il Decreto del Governo del febbraio 1955. La mia unità militare 33797 fu costituita con ordine del 26 febbraio 1960 come BSS 69 (stazione di lancio operativa) per il servizio di combattimento del razzo R712.

In tutto l’URSS furono costituite 5 unità combattenti (BSS), con 6 rampe di lancio. Due a Tjura e tre3 a Pleseck.

La «Sette», 8K74
A proposito, tutte le piazzole residenziali di tutti i poligoni del Ministero della Difesa hanno il numero 10, mentre i cimiteri hanno il 13. Per la corrispondenza postale aperta l’indirizzo è: «Kzyl-Orda-50»; prima era «Tashkent-90», e ancora prima «Leningrad-400».
Al comando del poligono ricevo l’assegnazione: tecnico del calcolo SOBIS della squadra delle prove orizzontali, unità militare 33797, piazzola n. 32. Che cosa si nasconda dietro l’abbreviazione e le cifre è un mistero completo. La prima notte nel reparto di transito degli ufficiali: una caserma per soldati alla periferia della cittadina, letti a castello con cuscini, materassi e coperte, ma senza lenzuola né federe. Tutti i nuovi arrivati trovano un letto libero e, senza tante parole, a dormire, a dormire. Al mattino ci portano in autobus a questa 32, quasi 56 km. Tutti, tranne l’autista, viaggiano a occhi chiusi: la polvere è indescrivibile, finissima, grigio-gialla. Allora non avevano ancora costruito buone strade asfaltate su tutto il territorio del poligono, e riuscire a salire su un autobus era una fortuna; per lo più ci si spostava in treno o su camion sotto un telone di tela cerata, oppure senza. Dei viaggi in treno, nel gergo del poligono — con il locomotore — parlerò separatamente, più avanti.
Sull’autobus erano saliti aviatori, carristi, addetti alle comunicazioni, artiglieri e marinai, e ne scesero tutti in tute grigie, con volti grigi e berretti grigi. Persino le ciglia erano diventate grigie e enormi. Un incubo. Ci guardiamo intorno. Alcune case a 2 piani e un paio di dozzine di edifici a un solo piano, dall’aspetto di baracche. Uno stadio formato da campi da basket e pallavolo asfaltati, da una quantità inverosimile di sbarre e spalliere svedesi, da un campo di calcio in terra battuta e da una grande piscina all’aperto. Alcuni polverosi lavori edilizi e una massa di militari costruttori abbronzati fino a diventare neri o di tipo asiatico. Questa è la piazzola 32. E di lato, su un’altura ben visibile, a circa 5 chilometri, c’è una specie di enorme capannone di pietra, lungo circa cento metri e largo una cinquantina; ancora più lontano, una costruzione altrettanto enorme ma del tutto sproporzionata. Ci spiegano: è il complesso di lancio. Il capannone è il MIK, l’edificio di montaggio e collaudo, noto anche come struttura 14, dove i blocchi del veicolo vengono scaricati dai vagoni, il razzo viene assemblato in un insieme, si eseguono tutti i tipi di prove orizzontali autonome e integrate, e dal MIK il veicolo viene trasportato al lancio. Al MIK e al complesso di lancio conducono una strada automobilistica e una ferroviaria. È tutto recintato con filo spinato e all’ingresso c’è un posto di controllo imponente, con locali per la guardia. Il MIK e la struttura di lancio costituiscono la piazzola n. 31, il luogo del mio futuro servizio.
A sinistra dello stadio c’è una specie di mini-Pulkovo: due cupole-padiglione, dall’aspetto astronomico, dipinte di marrone anziché del consueto verde, e alcune costruzioni basse. È il punkt radioupravlenija polëtom — PRU, la piazzola n. 33. Sotto le cupole ci sono le antenne radio. La piazzola 33, come la 32, dista dalla 31, quella tecnico-operativa di lancio, circa 5 chilometri. Su queste tre piazzole, 31, 32 e 33, è dislocata e opera, svolgendo i propri compiti di combattimento, la mia unità militare 13991.
Ci sistemarono in un albergo a due piani, al primo piano, in una stanza d’angolo. Ci fecero indossare la divisa da campagna, la cosiddetta «mobutovka»: pantaloni di cotone molto larghi, camicia a maniche corte e scarpe basse; in testa, uno splendido cappello di velluto a tesa larga. Niente cravatte né cinturoni, solo una larga cintura. (Dopo un paio d’anni arrivò il nuovo ministro della Difesa Grečko, un soldato di cavalleria, e abolì questa divisa: i cappelli non gli piacevano.) Cominciammo a brillare sotto il sole con gli stivali lucidati e il cinturone. Un ministro saggio, dopotutto membro del Politburo!
Fui assegnato al calcolo SOBIS. Il calcolo fa parte della squadra delle prove elettriche orizzontali, e la squadra a sua volta fa parte del secondo gruppo, comandato dal maggiore Vladimir Emeljanovič Gogsadze. Gruppo delle prove orizzontali autonome e integrate. Anticipando i tempi, dirò che ebbi la fortuna di avere superiori bravi e intelligenti.
Ogni giorno, naturalmente esclusi i turni di servizio nell’unità, studiavamo il «Sistema di Svuotamento di Bottiglie e Bicchieri», l’interpretazione popolare di quella stessa SOBIS. Il nome esatto è Sistema di Svuotamento dei Blocchi e Sincronizzazione dei componenti per livelli. Il compito del sistema è ridurre al minimo la riserva di carburante garantita del razzo. Il razzo R7, come è noto, è assemblato a pacchetto. Ogni blocco ha i propri motori. Ogni motore ha il suo carattere, e durante il volo il razzo è sottoposto a diverse perturbazioni. Il combustibile e l’ossidante vengono immessi nei serbatoi tenendo conto di queste possibili deviazioni dal regime di volo nominale. Nel calcolare il programma di volo e, di conseguenza, durante il rifornimento sulla rampa, nei serbatoi viene immessa una certa riserva calcolata di carburante. Durante il volo, SOBIS controlla quindi che l’ossidante e il combustibile di ogni blocco si consumino nel rapporto necessario e che l’intero pacchetto — i quattro blocchi laterali e il blocco centrale — si svuoti anch’esso in modo sincronizzato. Il capo del calcolo era Jurij Alekseevič Gubarev. Ricordo nel calcolo Jura Sivickij, Jura Archipov e Valera Machnykin. Erano tutti, con il capo in testa, persone straordinarie e affidabili. Nell’elenco dei miei migliori amici e compagni occupano le prime posizioni!

Valera Machnykin e Farid.
Dopo l’aviazione tutto è insolito, perfino strano. Prove dettagliate, scrupolose. Durante la preparazione del veicolo si verificano parecchi guasti, seguiti da una ricerca e da un’analisi dei malfunzionamenti piuttosto lunghe e minuziose. Ma rispetto agli altri sistemi di bordo, SOBIS si distingueva per la straordinaria rarità dei guasti. Questo, naturalmente, era merito della scienza e dell’industria che avevano creato il sistema.
D’ora in poi proverò a raccontare non del servizio — quello andava avanti come sempre — ma soprattutto «della vita».
La stanza assegnata a noi giovani, appena arrivati, era d’angolo, con una finestra rivolta a sud. Sistemarono in tre: me, Valera Timonin e Olchovskij. Tutti di Irkutsk. In realtà, dopo un paio di mesi rimasi solo. Timonin e Olchovskij furono trasferiti dai «testoni»: nella piazzola 38 era in corso un rapido ampliamento degli organici, lo stipendio era più alto e la «decina» era due volte più vicina. Nella stanza rimasta libera si trasferì subito un «vecchio», Vladimir Michajlovič Ambrosovič, tenente anziano-ingegnere del punto di radiocomando, detto anche «Vol». D’estate cercavamo di tenere, per quanto possibile, chiusa la finestra della nostra stanza, per non far entrare i falangi e le onnipresenti zanzare. Ogni mattina della mia prima estate a Tjura-Tam cominciavo scrutando il cielo, per vedere se da qualche parte fossero comparse nuvole. Macché. Korolëv non si era sbagliato scegliendo per il suo poligono una regione senza nuvole! Questo metteva un po’ a dura prova. E poi, durante il giorno, si cercava continuamente un’ombra salvifica dal sole. Non veniva nemmeno voglia di trascinarsi fino alla mensa attraverso quell’afa. Anche se lì ci aspettava una zuppa quasi immancabile, fredda, alla frutta e molto gustosa. Era proprio «bene» quando di giorno soffiava il Bes-Kunak. Un vento caldo e polveroso. Allora tutto il cibo della mensa, a cominciare dalla splendida zuppetta, scricchiolava sotto i denti.
Comprare un ventilatore era impossibile: merce introvabile. Il più delle volte venivano portati dalle ferie. Pochi fortunati possedevano apparecchi piccoli, ustionanti al tatto e terribilmente rumorosi, con un’elica di plastica a tre pale. I proprietari dei grandi «leccapiedi» si potevano contare sulle dita.
Fa buio in fretta, ed eccola, la notte salvifica. È il tempo delle cicale, dei grilli, degli insetti e di ogni specie di ragni e ragnetti. Quelle pareti riscaldate durante il giorno piacciono loro moltissimo. Non riescono a stare per terra e cercano di venire a farci visita. Vai a farti una doccia un paio di volte. Inzuppi il lenzuolo. Sta «bene» chi la sera ha alzato il gomito. Dormirà profondamente. Una mattina mi sveglio e Vol dorme nel suo letto, ma in una posizione strana. La testa sul cuscino, il corpo piegato a forma di G, in ginocchio. E dire che aveva bevuto poco — si giustificò poi.
Alla «decina» andavo di rado: non avevo ancora ottenuto un letto personale nel dormitorio n. 2, non lontano dai grandi magazzini. Conducevo una «vita sessuale», cioè passavo la notte sul pavimento a casa di conoscenti. Alla Casa degli Ufficiali c’erano balli e cinema. È il momento di descrivere il mio guardaroba. Un solo paio di pantaloni, orribilmente stretti secondo la moda, tanto che a stento ci passava una gamba; un paio di camicie, dapprima di cotone, poi, per un’occasione fortunata, riuscii a comprare una camicia moderna e alla moda, sintetica. Perché in quegli anni indossare il cotone era antiquato, fuori moda. Quelle camicette di nylon, come del resto i sintetici moderni da portare, erano naturalmente una porcheria. Graffiano, si elettrizzano, non assorbono il sudore. Avevo diversi paia di calze, ma un paio, come ricordo ancora oggi, era di un rosso acceso. Anche questa era moda. Una certa giacchetta nera. Nel 63 o nel 64 comparvero le prime giacche senza risvolti. Il primo a possederne una fu Tolja Kornienko e il secondo, direi, Giza: i ragazzi più alla moda dell’unità. Di cravatte, invece, ne avevo parecchie, ereditate da papà. Poi se ne aggiunsero altre, e persino un paio di papillon. Per le occasioni di particolare spacconeria. Un solo paio, immutabile, di scarpe nere. Un cappottino nuovo di colore indefinito, piuttosto grigio, e anche un cappello di velluto grigio. Naturalmente a tesa stretta. E con questo abbigliamento ci dirigiamo alla Casa degli Ufficiali. Vestito non peggio degli altri, anche se non meglio. In realtà presentarsi in uniforme militare alle serate danzanti era considerato di cattivo gusto. E al secondo piano, sopra il vestibolo, tuona e geme l’orchestra della guarnigione, naturalmente senza sezione d’archi, ma con una sezione di ottoni di organico assai rispettabile e un direttore instancabile. La grande sala da ballo non aveva mai abbastanza spazio libero per le coppie, soprattutto per quelle che volteggiavano nei valzer. Ma chi faceva caso a simili inezie? Né ai richiami del partito che adornavano generosamente le pareti di questo tempio della cultura. Negli occhi ardenti della giovane gente, di partito e non, gli organi di vigilanza e quelli politici leggevano pensieri e desideri completamente diversi. A volte, e poi con regolarità, arrivavano al poligono i capi d’onore: stelle della musica leggera e del cinema. A mio parere, col tempo passarono tutti, nessuno escluso, dal cosmodromo. Anche se negli anni in cui ero laggiù era un vero avvenimento culturale.
In tutta la città c’era un solo locale: il caffè «Berëzka». La bevanda più forte, nonché l’unica, era il vino moldavo «Vin de masă». In gergo: «tira fuori e piscia». In realtà non era una bevanda cattiva. Dissetante, e nulla più. Nei fine settimana si svolgevano di solito alcune manifestazioni sportive. Nelle unità la gente era per lo più giovane, come del resto in tutte le truppe missilistiche: l’età media era di 26 anni, e i campi sportivi del parco non restavano mai vuoti. Si costruiva rapidamente un grande stadio, il cui campo da calcio veniva ricoperto di terra nera trasportata dalla solita spedizione autunnale nelle terre vergini. In tutto l’immenso Paese, ogni unità, alla fine dell’estate o persino all’inizio, mandava mezzi e uomini, sottraendoli al servizio, alla famigerata e già persa all’alba del potere sovietico «battaglia per il raccolto». E questo perché, secondo il falso insegnamento del fanatico uljanoviano, la prima cosa che i comunisti fecero fu distruggere il vero lavoratore della campagna; poi, attraverso i kolchoz e coloro che arrivarono al Cremlino e nelle sedi locali, nei comitati regionali e distrettuali — gli «attivisti» più urlatori, sfacciati e mai veramente lavoratori, provenienti dai poveri o dai fannulloni — allevarono un esercito di milioni di «kolchoziani» indifferenti e ladri. Ed era proprio a questi kolchoziani che aiutavano l’esercito, le imprese e la scuola con le università. E che altro si poteva fare? Se non partivi, consegnavi la tessera del partito, caro mio. Ben gli sta, ai comunisti.
Nella nostra piazzola 32 nessuno offriva particolari divertimenti, e del resto non c’era tempo per nulla. Libri, musica-radio, magnetofono, radioamatorialismo, qualche volta il cinema nel club la sera, balli. La sera, dopo cena, afferrando un pacchetto di cialde o un barattolo di composta, più spesso di albicocche ungherese, mi avvio verso la piazzola 31, al mio laboratorio SOBIS. I suoi grandi tavoli da lavoro sono pieni di strumenti di misura di alta classe, proprio ciò che mi serve per mettere a punto le mie invenzioni. Silenzio nella grande stanza e in tutto l’enorme edificio del MIK. A volte restavo lì fino alle 4 del mattino. Chiudevo bottega, superavo in silenzio il piantone mezzo addormentato e dopo mezz’ora, nel dormitorio, crollavo sul lettino tra le braccia del «compagno Morfeo». Nei primi anni tutti i radioamatori soffrivano della scarsità di componenti elettronici. Lo ZIP non si poteva toccare; i razzi in avaria cadevano lontano. Quello che si riusciva a comprare veniva portato dalle ferie. Per un’occasione o senza motivo, allegre bevute in compagnia calorosa, con il gruppo 2 nella stanza di Dima Tropin, oppure da noi, in due, con Vol. Ma al primo posto, naturalmente, la pallamano! Mi elessero capitano. La squadra si chiamava «Voschod», dal nome del satellite.


Capodanno del 1962 nella stanza di Dima Tropin (di servizio presso il suo «Festival»). Anche lì, con Kolja Černyšov.
Nell’autunno del 1961 si concludeva il campionato del poligono di pallamano 11ch11 e la nostra squadra appariva assai imponente. Soprattutto per la solidità della linea arretrata, il sestetto difensivo con il suo principale «toro», Gena Ustimenko, e Ženja Lebedev, che si lamentava eternamente delle dita corte per natura. Difensori tutt’altro che teneri. E questo significa avere le spalle coperte.
Ma se si comincia a caratterizzare ciascuno dei giocatori della squadra, al primo posto per importanza c’è senza dubbio Lev Kostjuk, il nostro portiere, un giocatore fondamentale. Noi giocatori di movimento, con tutte le nostre splendide qualità, siamo pur sempre una compagnia piuttosto spensierata, a volte trascurata, e per i nostri errori in campo pagava sempre dazio Lev.

Anche una piccola tartaruga viveva nella mia fondina da zuppa. Aprivi lo sportello in qualsiasi momento, e lei strisciava, strisciava senza riposo né sosta nel suo piatto…
A distinguerlo da tutta la nostra confraternita sportiva erano l’atteggiamento serio verso gli allenamenti e la massima responsabilità in ogni partita, indipendentemente dalla forza dell’avversario. Ecco chi riceveva colpi da ko con la palla non solo in testa, ma anche nelle parti più sensibili del corpo. In realtà era entrato in squadra, come si suol dire, non dalla strada, ma già con la prima categoria nella ginnastica artistica. La spaccata in porta non doveva impararla. E in partita, e nelle analisi dopo la partita, Lev distribuiva a tutti la loro parte di rimproveri, soprattutto a me. Lui vedeva tutto da dietro, dalla porta. E senza un portiere del genere la nostra squadra non sarebbe mai esistita, questo è certo. Si può sudare e saltare quanto si vuole per il campo, ma se in porta c’è un buco…

Vado a ringraziare l’arbitro. A quanto pare abbiamo perso. E Lev, senza gioia, con le mani sui fianchi: significa che brontolerà. Geška Pavlov si gratta la gamba.

Tashkent. Coppa della città. Farid fa riscaldare Lev prima della partita (lanci relativamente leggeri al viso).
Amo molto tutti quelli che ricorderò e non li metterò in ordine di importanza, anche se verrebbe voglia di dedicare un intero capitolo a quei grandi bomber che erano l’incomparabile pivot «Šeršavyj» — Kolja Černyšëv — e l’arguto «Fara» — Farid Muchammedov.
Šeršavec, da giovane, all’istituto, praticava la lotta. Per questo si distingueva per lo sviluppo muscolare e per lo specifico riscaldamento da lottatore prima di ogni partita. Indubbiamente, una condizione fisica così eccellente e allenamenti assidui lo portarono a diventare un giocatore di punta, un vero pivot. Il nostro bomber principale. Ma proprio ai pivot non ho mai invidiato il gioco.
Ficcarvisi nel fitto degli avversari, desiderosi di «far male» con tutta l’anima all’insolente, farsi largo tra loro con tecnica, nei limiti del regolamento, prendersi botte sul muso e sui fianchi, preparare infiniti blocchi necessari e inutili e, quando l’attacco si spezza senza aver ricevuto la palla in posizione favorevole, correre a perdifiato indietro, in difesa. Questa è la quotidianità del pivot.
Ma quando la palla finiva nelle mani di Kolja, il pubblico si immobilizzava aspettando un numero classico, quasi circense. Rotazione sul piede perno, potente spinta sfruttando le cosce muscolose, volo incontro al portiere condannato e palla in rete! E a coronare l’azione, una spettacolare capriola con rotolamento. Beniamino del pubblico. I tifosi, soprattutto le tifose, urlavano di entusiasmo dopo le acrobazie di Kolja. E come tornava verso la propria porta, con un’andatura trionfale del tutto particolare, sollevando in alto la coscia poderosa!
Farid è di pasta e tecnica del tutto particolare. È un tecnico e un tattico. Non si getterà mai a testa bassa. Rispettava soltanto il gioco combinato, con passaggi raffinati, finte e attacchi simulati. Non avendo un tiro potente, puntava sulla precisione. Mi prendevo spesso i rimproveri di Fara per i miei insensati attacchi frontali, spesso infruttuosi. Era quando mi buttavo nella mischia e non gli passavo la palla, a lui completamente libero. Come lo vedo e sento ancora, il suo grido di rimprovero, inconfondibilmente kudusoviano: «Gallo!». Ah, se potessi riportare indietro il tempo, gli passerei ogni pallone!
Vova Ambrasovič è un compagno delicato e intelligente. Ma quando il gioco lo richiedeva, e io pretendevo sempre una difesa dura, Vol, facendo uno sforzo evidente su se stesso, cambiando persino espressione e rendendola pensierosa e distaccata, cominciava a «servire i clienti», con tanto di scuse; per fortuna aveva un torso atletico e gambe possenti. Se solo avessimo potuto filmare tutto questo su pellicola e rivederlo oggi!

Vol e Lev, conquistatori dell’isola di Sachalin. Di mattina, a quanto pare, sobri…
E ciascuno di quelli che nominerò più avanti diede il proprio contributo alle vittorie della squadra. Jura Sivickij, Vova Černušenko, Dima Tropin, Gena Pavlov, Ženja Lebedev, Gena Ustimenko, Albert Kavriga, Valera Belov, Jura Gruzdev, Tolja Kornienko, i semplici Kolja Šuvajev e Tolja Karmishin.

Campioni!! Da sinistra a destra: Ženja Lebedev, Tolja Karmishin, Farid Mukhammadov, il Più Felice, Jura Sivickij, Kolja Černyšov, Kolja Šuvajev, Vova Černušenko. Lev non è entrato nell’inquadratura. Squadra senza portiere! È lui a fotografare.
Ci disturbava un po’ l’assenza di una doccia normale nel dormitorio. Il locale c’era, ma l’acqua calda non era stata prevista. L’avevano considerata una spacconata. Del resto non c’era da nessuna parte, se non nell’impianto di riscaldamento. E così la gente la usava per lavarsi. Poiché era terribilmente arrugginita, semplicemente marrone, sul raccordo di gomma fissato al soffitto e collegato al radiatore si infilava un sacco imbottito di vecchie camicie, mutande con le maniche — calzoni lunghi —, lenzuola strappate e altri stracci, che fungevano da filtro. Si apriva l’acqua e, con le gambe semipiegate, anzi quasi accovacciati, ci si sistemava sotto quel sacco, che in breve si trasformava all’aspetto in un sacco da boxe sempre più allungato, e ci si lavava senza perdere tempo, perché dopo circa mezz’ora quel sacco si staccava con uno schiocco umido e cadeva sulla testa di qualcuno o sul pavimento: nella parte superiore si era intasato completamente di ruggine. A quel punto anche l’acqua era ormai tutt’altro che trasparente. Si smontava tutto, si rinnovava l’imbottitura e avanti, guardia intirizzita, a continuare il processo. In due non si riusciva a sollevare e issare sul gancio del soffitto quel sacco: era pesante, scivoloso e già disgustosamente freddo, una vipera. Meglio essere in quattro. Tre o quattro persone mezze lavate ansimavano e si affannavano, legando al suo posto quel sacco arrugginito. Era davvero un guaio se il sacco di cianfrusaglie era troppo grande. Cadeva più spesso, e sollevarlo fino al soffitto e fissarlo lassù era molto difficile. E sotto bisognava lavarsi ancora più piegati. Alla «decima», naturalmente, le condizioni nel dormitorio erano, si può dire, ideali. Lavati quanto volevi e, già che c’eri, fai anche il bucato. Il bucato si faceva esclusivamente con i piedi. Insaponavi un indumento e ci ballavi sopra, saltellando. Più a lungo lo facevi, più pulito sarebbe diventato.
La stagione del 1962, cioè il primo fine settimana di maggio, cominciammo a giocare a pallamano 7ch7 e tutti fummo rieducati da Saša Žmakin, ufficiale della seconda piazzola. Un compagno meraviglioso e gentile, diplomato al MAI. Mi capitò più volte di dormire nella sua stanza, ma non ricordo in quale dormitorio della «decima».

Zoja e Saša Žmakiny
Prima delle partite importanti la nostra squadra si riuniva di solito, tutta insieme, nella stanza di Dima Tropin e Slava Akimov. Perché proprio quella stanza? Era semplicemente la più accogliente, e anche la personalità dello stesso Dimentij metteva a proprio agio. Lui veniva dai cadetti, cioè aveva terminato la scuola militare Suvorov di Novočerkassk prima di entrare in quella di Charkiv. Era un eccellente radioamatore, un ingegnere preparato e un flemmatico nella vita quotidiana. Il suo stato e la sua posizione naturali erano semisdraiato sul letto, con una sigaretta o un libro in mano, e quell’originale sputacchiare senza saliva, come per scrollarsi di dosso una briciola di tabacco appiccicata. Ma senza tabacco, semplicemente così. Era pigro persino per andare in bagno. La dura verità è che il bagno comune si trovava lontano dal dormitorio, a ben duecentocinquanta-trecento metri in direzione nord. Una costruzione seria, senza porte, con non meno di trenta buchi. Sempre cosparsi abbondantemente di candeggina, bianchi da far paura. Non la lesinavano. D’inverno, col gelo e il vento forte, naturalmente non era un piacere trascinarsi fin lì. Ogni sera qualcuno urlava nel corridoio con voce sguaiata: «Chi va al Nord?». I bisognosi si raccoglievano e, in allegra compagnia, partivano nella notte verso il gabinetto. Demjan una volta stabilì un record: non andò in bagno per circa cinque giorni. Fu necessario portarcelo praticamente tenendolo sotto le braccia. Era rimasto sdraiato fino a quel punto.
E dunque, torniamo con la mente nella stanza di Dimka. Le istruzioni per la partita imminente o l’analisi di quella appena conclusa terminavano con il rito del caffè. Bevevamo quello che ci riforniva il beneamato Voentorg. E cioè «Caffè nero, macinato», di qualità imprecisata e a un prezzo imprecisato. Non c’erano altre spiegazioni su che cosa avessero messo nella confezione. All’epoca non esistevano caffè solubili. Il tè lo bevevamo più raramente, ed era anche di qualità orribile, solo georgiano. Una settimana prima delle partite finali introducevo il divieto assoluto di bere, e tutti lo prendevano sul serio e lo rispettavano, cosa tutt’altro che semplice. Il fatto è che sulla piazzola, nelle stanze degli ufficiali, in particolare in quelle dei rifornitori, di alcol tecnico di buona qualità ce n’era, come si dice, a fiumi. Solo per lavare le proprie condutture ne ricevevano 400 kg dopo ogni lancio. In alcune stanze l’alcol stava sul tavolo, in una caraffa, oppure in un contenitore nell’armadio. E non rappresentava alcun valore particolare.
Poi, circa tre anni dopo, le norme di alcol per la manutenzione della tecnica furono ridotte di dieci volte e cominciarono le interruzioni nelle forniture del «chmyz». A ogni banchetto, come unico euforizzante, compariva soltanto lui, il caro vecchio. Per alcuni era diventata una cattiva abitudine «chmyzanut» prima e dopo cena. E ci nutrivano gratuitamente secondo la razione di volo, come ufficiali di un’unità in servizio di combattimento. Il razzo 8K74 (R7) all’epoca era l’unico razzo in grado di lanciare una testata nucleare fino agli Stati Uniti.
L’inizio del servizio di combattimento quotidiano consisteva nell’alzabandiera solenne prima di cena: in formazione, circa una ventina di ufficiali, il turno di servizio successivo. Qualcuno dello stato maggiore leggeva l’ordine, che terminava con la frase: «…per la difesa dei confini dell’Unione Sovietica, assumere il servizio di combattimento!» E tutto il turno andava subito a cena, dopodiché ognuno per conto suo, mentre i giovani andavano ai campi sportivi. Ma se suonava l’allarme, noi eravamo i primi a precipitarci nel MIK e a preparare tutto il necessario prima dell’arrivo degli altri ufficiali del reggimento. Nel reggimento c’erano più di trecento ufficiali e, per radunarli rapidamente in caso d’allarme — che, di regola, scattava di notte — da ogni reparto era stato organizzato il cosiddetto «gruppo d’allarme». Erano fino a venti soldati svelti, alloggiati stabilmente in uno dei seminterrati asciutti di un edificio residenziale della «decima», riadattato ad abitazione. In cantina erano state semplicemente sistemate delle brande. All’annuncio dell’allarme, quei ragazzi si precipitavano in città, ognuno lungo il proprio percorso, a battere alle porte e a tirar giù dal letto la gente. Ogni ufficiale aveva preparata la propria «valigia d’allarme». Era una valigia di medie dimensioni, con la quale si poteva tranquillamente andare in ferie: conteneva un cambio di biancheria e tutto ciò che serviva per la vita quotidiana, persino almeno due barattoli di conserve. Il contenuto delle valigie veniva controllato regolarmente dai superiori. Frotte di «vacanzieri preoccupati» correvano al punto di raccolta, da dove venivano trasportati in automezzi alla 31ª e alla 33ª piazzola. Si svolgevano le necessarie prove orizzontali del missile; i «testoni» arrivati agganciavano la «testa», il missile veniva portato alla posizione di lancio, sistemato nella struttura di lancio, e tutti aspettavano: e poi?? Ci sarebbe stato o no il rifornimento dei propellenti? Se si riforniva il nostro missile, bisognava anche lanciarlo. Altrimenti, scaricati i propellenti, il missile doveva essere smontato e spedito a Kujbyšev, alla «Progress», per il lavaggio.
E tutto finiva con il comando «cessato allarme». Il missile non veniva rifornito di propellenti, veniva deposto sull’installatore e la locomotiva lo riportava al MIK. I «testoni» si portavano via la testata e sparivano nella loro 38ª piazzola. La gente insonne, con qualche brontolio, si disperdeva nei propri posti di lavoro, cercando di cogliere l’occasione per sonnecchiare, perché ogni simile «gioco alla guerra» durava fino a due giorni! E ogni equipaggio aveva il proprio posto di lavoro: chi una sala comandi, chi un laboratorio, chi un salone sterminato.
E poi ci tormentavano, e persino più degli allarmi, le «evacuazioni». Il fatto è che a pochi chilometri dalla nostra piazzola si trovava la 43ª, dove l’anno precedente, nella sua posizione di lancio (piazzola 41), si era verificato un grave incidente. Durante le prove verticali pre-lancio, alla presenza al completo sia del personale della posizione di lancio sia di quello aggregato, esplose un missile 8K64 (R16, massa 140 tonnellate), portando all’altro mondo più di un centinaio di collaudatori insieme al primo comandante in capo, il maresciallo Nedelin.4

24 ottobre 1960, 8K64. Prima dell’esplosione.

L’esplosione.

Uomini ridotti a torce ardenti. Corrono… cadono… strisciano a quattro zampe. Si immobilizzano, trasformandosi in cumuli fumanti.

È all’opera il gruppo di emergenza e soccorso. I dispositivi di protezione non bastarono per tutti i soccorritori. Nell’ambiente mortalmente velenoso dell’incendio, alcuni lavoravano senza maschere antigas, con le normali cappotti militari.
Il missile era di Dnipropetrovsk, scadente per qualità e per di più alimentato con propellenti tossici. Perciò, ogni volta che i vicini portavano il loro puzzolente ordigno alla rampa, il nostro reparto al completo veniva evacuato nella steppa. E poiché i lavori di perfezionamento di quel missile disgraziato procedevano senza sosta, la cosa ci tormentava giorno e notte. E le notti autunnali in Kazakistan sono molto fredde. Dalla 32ª piazzola doveva essere evacuato ogni essere vivente, e non soltanto il nostro reparto, ma anche i costruttori, il personale aggregato, i civili e il centro d’addestramento: più di mille persone. Tutta questa gente si sistemava come poteva nella notte. Qua e là si vedevano piccoli falò, puntini luminosi di sigarette, qualcuno cercava di sonnecchiare. E a novembre le notti erano già fredde. Fu allora che mi pentii di aver spedito a Krasnojarsk il pacco con i cappotti. Me ne stetti al gelo con una mantellina addosso. Ma tutta l’attenzione era rivolta ai vicini. Da loro non c’erano più di cinque km.
Ne ho viste, delle loro esplosioni e dei loro lanci d’emergenza! E quante volte siamo corsi tutti insieme, quella folla di migliaia di persone, davanti alle nuvole arancioni e rossastre di eptile e acido nitrico, come un gregge di montoni! Il guaio è che la maschera antigas d’ordinanza per uso generale non filtra questi propellenti. Ne serve una isolante, del tipo IP-46. In compenso, mi sono saziato di ammirare le splendide stelle di Tjuratam. Gli slavi sono gente particolare: alcuni, i «più furbi», riuscivano a dormire in dormitorio durante l’evacuazione o a «fare una partita a carte». La lotta contro gli imboscati era condotta con pattuglie inflessibili, fino alla minaccia di sfondare le porte; ma che premio! Tutti battono i denti nella steppa, a volte fino al mattino, mentre tu dormi come un re nel tuo lettino!
Il nuovo anno 1962 l’ho accolto nella stanza di Dima Tropin, nella residenza del 2° gruppo: «Tropinin». C’erano Kolja Černyšov, Jura Gubarev, Tolja Batukov, Vasja Drevjatnikov, Dima e io. Svuotammo una fiaschetta di alcol, le facemmo una «bruciatura»5, cantammo le canzoni di Bulat Okudžava e l’immancabile «Le mappe celesti sono infilate nelle tavolette…», che terminava con l’affermazione in maggiore: «sui sentieri polverosi di pianeti lontani resteranno le nostre impronte!». Il miglior spuntino per l’alcol era considerato il lečo ungherese. E se Dima ci faceva anche bollire la pasta… Una delizia! Nel normale assortimento di stuzzichini rientravano pesce salato o spratti, pomodori nel loro sugo, caviale di melanzane, pane nero e bianco. Nella nostra mensa di volo la cena veniva apparecchiata per tutti gli ufficiali, ma la maggior parte di loro rientrava a casa, nella «decima»; perciò chiunque organizzasse una serata notturna si portava dalla mensa qualcosa di gustoso, insieme ai piatti, nel proprio dormitorio6.
Ma quando si riuniva una compagnia numerosa, i principali animatori delle canzoni erano Vitali Morozov e Gena Ustimenko. «Perché ve la prendete con Van’ka Morozov», «Sentite, rimbombano gli stivali», «L’ultimo filobus», «Dalle finestre arriva il profumo della crosticina abbrustolita…». Dove sono quegli anni e quei ragazzi??

Drevjatnikov, Batukov, Černyšov, Gubarev, Tropin.
Sulla scrivania di Dem’jan c’era una radio meravigliosa, la «Festival». Per quei tempi era l’apparecchio migliore del mondo, medaglia d’oro all’Esposizione mondiale di Bruxelles. Nell’URSS sapevano anche fabbricare elettrodomestici, ogni tanto.
Dima vi costruì un convertitore per le bande dei 13, 16 e 19 metri, montato nel tappo di ŠRO7 di colore rosso, e ascoltavamo le voci nemiche senza «disturbatori». Fu allora che, alla BBC, i conduttori dei programmi in lingua russa Johnny e Mary fecero conoscere al mondo i Beatles agli esordi e andarono regolarmente in onda le trasmissioni dell’orchestra di Victor Sylvester.
Note
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«La Sette» 8K74
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Il missile trasportava una testata termonucleare monoblocco della potenza di 3 Mt. Era fissata al blocco centrale mediante tre piroblocchi. Le caratteristiche della testata consentivano di colpire un grande obiettivo di superficie mediante un’esplosione nucleare sia aerea sia al suolo. La testata del missile, che doveva entrare negli strati densi dell’atmosfera a una velocità di 7900 m/s, era un cono con un angolo di semiapertura di 11 gradi, una lunghezza di sette metri e 2 decimetri e una massa di 5500 kg. In seguito, per i missili R-7A fu realizzata una testata più leggera e di dimensioni inferiori.
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Una delle unità del poligono di Pleseck (unità militare 14056) con due rampe di lancio.
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Secondo la testimonianza del vice di S. P. Korolëv, B. E. Čertok: «84 soldati e ufficiali furono sepolti in una fossa comune nel parco cittadino. (Solo tre anni dopo vi fu eretto un obelisco con i nomi dei sepolti). Quarantadue bare di zinco furono trasportate in aereo nelle città dove vivevano o lavoravano i caduti». Čertok B. E. Razzi e uomini. I giorni caldi della guerra fredda. M. Mašinostroenie 1997.
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La fiaschetta vuota viene appoggiata su un fianco e un fiammifero viene avvicinato con cautela al suo collo. Microimitazione dell’operazione «Bruciatura» del missile a medio raggio R5 (8K51, carburante: alcol etilico al 92 percento, ossidante: ossigeno liquido).
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Il responsabile della mensa raccoglieva regolarmente quei piatti nei dormitori. Tra gli scandali.
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Connettore a spina e a strappo. Enorme, da circa due chilogrammi, quadrato, con un centinaio di pin, il connettore veniva strappato al lancio da ciascun blocco del pacchetto mediante un potente elettromagnete incorporato.
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