Capitolo 28 di 29
È ora di chiudere
E arrivò il 1986, il 28º anno del mio servizio nell’esercito sovietico. Sotto le insistenti pressioni di Lena mi preparavo moralmente al congedo. Prima te ne vai, prima entri in lista per una casa. Il capo reparto, Vitja Burtsev, cercò di convincermi a servire altri due anni, fino al suo congedo, ma Lena protestò categoricamente. Aveva ragione. Dopo il mio congedo iniziò la perestrojka di Gorbačëv1, con il caos totale.
Dove andare? Naturalmente mi attiravano i miei a Melekess, da tempo ribattezzata Dimitrovgrad dal Comitato Centrale del partito più saggio contro la volontà degli abitanti. Lena voleva Čerkasy. Pensammo, soppesammo, discutemmo poco e decidemmo per la città sul Dnepr. A vincere furono il fiume pescoso, i boschi circostanti decenti anche per gli standard russi e il clima più mite.
Spedimmo il container e salutammo amici e compagni. Fu triste separarsi per sempre dagli ufficiali del mio 12º reparto—Sasha Ivlev, Vova Sentishchev, Vitja Burtsev. Com’è giusto il proverbio: «Quale il prete, tale la parrocchia». In quel reparto si poteva servire per sempre. Non voglio nemmeno paragonarlo a quello di Shumilkin. Quel capo era arrogante e meschino…
Dopo ferie e saluti, nei primi giorni di novembre, all’alba, lasciammo l’amata Mirny su una Žiguli nuova, con rimorchio e una barca fatta in casa sul portapacchi. Io e Lena davanti, il piccolo Andriuša dietro. Tanja studiava già al Politecnico di Pietroburgo. Ci preoccupammo per nulla: Andrej sopportò benissimo il lungo viaggio. Finalmente era stata aperta la strada Arcangelo–Vologda, quasi tutta asfaltata. Ci fermammo per la notte; nel rimorchio c’erano coperte, legna secca e cibo per una settimana. Il nostro ragazzo corse attorno agli abeti vecchissimi e accese con competenza il fuoco. Era cresciuto: già al quinto anno, un vero nordico.

Dimitrovgrad, 1982. Il nostro reggimento si è ingrossato. Due Andrej.

Valja non riesce a trattenere le risate accanto al «Prigioniero del bunker», monumento a Jurij Gagarin che esce dall’aereo.
Tutti riuniti.
Sul lago Siamg.

Dormimmo bene. Fuoco del mattino, fornello, colazione splendida e via. Com’è bello viaggiare senza fretta, per la prima volta senza orari! Strada senza buche, banchine pulite, paesi come avvenimenti e neanche un vigile. Il 7 novembre aggirammo Mosca e iniziò una nevicata furiosa, una bufera. Perché correre? Ci fermammo prudentemente sulla banchina prima di buio: con quella visibilità era pericoloso viaggiare. Al mattino tutto si calmò e ripartimmo piano, guardando cosa fosse successo a quelli che ci avevano superato o avevano semplicemente fretta.
Da Mirny a Čerkasy ci vollero tre giorni e due notti. Dal freddo arrivammo quasi nell’estate, con giornate caldissime. Alloggiammo dai genitori di Lena nel villaggio di Belozer’e, poi da sua sorella, aspettando la costruzione della nostra casa a Čerkasy. All’inizio del 88 entrammo nell’casa 1, appartamento 140, via Maresciallo Konev. Viviamo ancora lì, sempre pronti ad accogliere i vecchi amici.
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Note
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Michail Gorbačëv, nato nel 1931. Appena uscito dall’università «lavorò» nell’ufficio propaganda del comitato regionale del Komsomol di Stavropol’. Fece rapidamente carriera e si stabilì nel Comitato Centrale. Nel marzo 1985 divenne segretario generale del PCUS e il 15 marzo 1990 presidente dell’URSS. Ogni iniziativa finiva in fallimento, disordine economico e aumento dei prezzi. Accumulò debiti da ripagare in 15 anni. Le riserve auree scesero da oltre 2000 tonnellate a 200. Aggrappato al potere, distrusse l’Unione con incompetenza. Un chiacchierone: in Turchia disse persino che lui e la moglie erano anticomunisti segreti e che era entrato nel PCUS per distruggere il sistema sovietico.
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